16 settembre 2020
16 set 2020

Essere dehoniano con cuore cinese

Zhand Yulai è un giovane sacerdote cinese, che per ragioni di studio ha soggiornato a Roma presso i dehoniani del Collegio Internazionale. Prima del suo definitivo ritorno in Cina ci ha raccontato la sua vocazione, il suo modo di vedere i dehoniani, le prospettive della Chiesa cattolica nella Repubblica popolare Cinese.

di  Sergio Rotasperti

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Conosciamo come la Cina oggi è una grande sfida non solo per l’equilibrio politico ed economico mondiale, ma anche per il rapporto con la religione. Come è nata la tua vocazione?

Per quanto riguarda la nascita della mia vocazione, dovrei cominciare il racconto dalla mia infanzia. Sono nato in una famiglia cattolica da diverse generazioni.  I miei genitori e i miei nonni sono fedeli praticanti; nel villaggio in cui si trova la nostra famiglia ci sono 500 cattolici, quindi, rispetto alla nostra zona, essi sono relativamente concentrati. Negli ultimi decenni, cioè dalla Repubblica popolare cinese, in 1949 anno, il nostro villaggio non ha mai avuto una vocazione sacerdotale, e i cristiani del villaggio trovano che è molto vergognoso che così tanti fedeli restino senza un sacerdote. Da quando ero bambino, con i miei genitori e i miei nonni entravo spesso in chiesa e, verso i dieci anni di età, facevo sempre il chierichetto, quindi i fedeli spesso commentavano il mio fervore come segno della vocazione di essere sacerdote. Inoltre, c’era anche l’influenza e l’incoraggiamento del parroco e delle suore, in modo che i semi della vocazione germogliarono sin da quando ero bambino.

Terminata la scuola elementare, quando il seminario minore della diocesi aprì l’iscrizione degli studenti, alcuni fedeli del villaggio mi aiutarono a preparare i documenti per entrare nel seminario. Ma quello che non mi aspettavo, quando lo dissi ai miei genitori, fu che essi non erano contenti, specialmente mia madre, che cercò di scoraggiarmi. Si deve sapere che nella cultura tradizionale cinese, è molto importante che una famiglia continui a vivere nel tempo attraverso il matrimonio del figlio maschio, ma come unico figlio maschio (ho solo una sorella), se diventavo sacerdote, la continuità della famiglia sarebbe cessata, cosa molto miserabile dal punto di vista della cultura tradizionale cinese; inoltre, in una famiglia di contadini, il figlio maschio deve provvedere al sostentamento della famiglia stessa e dei genitori nella loro vecchiaia. Però, pur comprendendo la loro riluttanza, in particolare le lacrime di mia madre, che pianse per alcuni anni, io non scesi a compromessi. Per un ragazzino di quattordici o quindici anni, è una cosa meravigliosa prendere una decisione del genere nonostante la risoluta opposizione dei familiari e perseverare in essa. Questo mi confermò ulteriormente che la vocazione viene da Dio: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Giov. 15,16). I miei genitori, poi, in quanto fedeli praticanti, pur obiettando, ma solo verbalmente, fecero del loro meglio per darmi il loro aiuto materiale e gli altri supporti necessari per il seminario, finché il loro atteggiamento, che andava lentamente cambiando, passò dall’opposizione al totale sostegno, cosicché dopo i sei anni nel seminario minore, quelli di filosofia e teologia nel seminario maggiore, e la permanenza a Roma per lo studio della licenza in diritto canonico, ho ricevuto la corona del sacerdote. Anche i miei genitori condivisero con me, pienamente, la gioia della mia ordinazione sacerdotale.

Per tre anni hai vissuto a Roma presso la comunità dei Padri Dehoniani. Come sono stati questi anni?

E’ un grande onore vivere, dal 2017 nella comunità dehoniana, di cui ho avuto la possibilità di conoscere il carisma della congregazione. Nella comunità ho imparato e sperimentato molte virtù eccellenti, per esempio la tolleranza e l’accettazione. Nella Casa generalizia i membri della comunità provengono da tutto il mondo, ciascuno ha la propria cultura e background, quindi anche il modo di pensare e agire sono diversi, ma qui tutti vivono mettendo in atto accoglienza reciproca, tolleranza e accettazione. Queste qualità sono esattamente quelle che il popolo cinese ha bisogno di riscoprire e che qui ho potuto particolarmente apprezzare. Inoltre, la vita nella comunità con la santa messa, l’adorazione eucaristica e il dialogo fraterno mi hanno aiutato in questo periodo formativo ma anche impegnativo di studio, ad approfondire la conoscenza e camminare con Dio e tanti fratelli. Credo che queste esperienze mi gioveranno per tutta la vita.

Il tuo soggiorno a Roma ha avuto un motivo: la ricerca dottorale in diritto canonico sul “matrimonio con disparità di culto”, dove hai cercato di offrire una prospettiva storica. Quali sono per te le sfide attuali in questo campo?

Nel considerare le sfide attuali nel campo del matrimonio con disparità di culto, cioè matrimonio tra cattolico e non battezzato, non possiamo prescindere da alcuni elementi che “fotografano” la situazione di potenziale fragilità e crisi a cui sono esposte queste unioni coniugali: vi sono fattori di matrice culturale, e fattori esterni, legati alla precedente e tipica tradizione degli ambienti diversi, che possono influenzare e creare sfide in questo campo. Le sfide nell’ambiente cinese hanno probabilmente questi aspetti:

La sfida della diversa credenza. Tra le diverse problematiche che le coppie con disparità di culto affrontano, proprio la differenza di usanze e di religione rappresenta la sfida più grande, perché il loro matrimonio comporta l’unione non solo di modi e di stili di vita differenti, ma soprattutto di eventuali credi religiosi tanto diversi, che possono mettere a dura prova l’unione e la stabilità della coppia.

La Cina è un paese di antica cultura, con costumi e usanze, a volte superstiziose, alcune delle quali in conflitto con la dottrina cattolica. Non dobbiamo dimenticare la grande sofferenza dei cinesi cattolici, durante la “controversia dei riti cinesi”, nei secoli in cui la Chiesa proibì loro di partecipare ai loro riti tradizionali perché ritenuti superstiziosi. Al giorno d’oggi, i cattolici cinesi hanno trasformato i loro costumi e usanze sotto la combinazione della cultura tradizionale e della fede cattolica, in modo da obbedire alla legge della Chiesa e intrattenere relazioni fondamentali con i non battezzati che li circondano. Tuttavia, il matrimonio tra un cattolico e un non battezzato, crea molti conflitti tra i diversi costumi e dottrine, soprattutto quando la parte battezzata è una donna, poiché la cultura matrimoniale cinese comporta l’ingresso della moglie nella casa del marito, salvo poche eccezioni. La donna, anche se battezzata, quando entra nella casa del marito non battezzato, deve adeguare tutti i costumi e usanze a quelli della sua nuova famiglia, ma quando si tratta di riti superstiziosi non consentiti dalla Chiesa, sorgono molti problemi.

L’indissolubilità del matrimonio. Il matrimonio è indissolubile e comprende l’unità e la fedeltà reciproca (can. 1056). Ma in Cina, la legge nazionale sul matrimonio ammette il divorzio se richiesto volontariamente da entrambi i coniugi. In questi ultimi anni, la società tradizionale cinese si è trasformata da agricola a industriale e i conseguenti cambiamenti sociali hanno anche portato alla trasformazione della mentalità: i cinesi prestano ora attenzione all’affermazione dell’individualismo e al soddisfacimento egoistico dei desideri particolari. Questo riguarda soprattutto le nuove generazioni che hanno abbandonato la concezione tradizionale del matrimonio rivendicando una scelta indipendente e personale del partner e della vita coniugale. Pertanto, nella società cinese il “divorzio” non è più un evento esecrabile come prima, al contrario, la disintegrazione della famiglia è considerata un fenomeno sociale comune.

Anche per i cristiani cinesi, l’aumento del numero dei divorzi è evidente, ma comunque è molto inferiore a quello dei non credenti, perché i coniugi, anche se incontrano delle difficoltà o conflitti mantengono la loro vita matrimoniale ed evitano il divorzio, anche in forza della dissuasione dei genitori e dei sacerdoti. Ma per i matrimoni tra un cattolico e un non battezzato, se c’è un problema matrimoniale, la parte non credente preferirà divorziare e scegliere di risposarsi.

Il battesimo e l’educazione dei figli. Il battesimo e l’educazione dei figli sono le problematiche che maggiormente coinvolgono la coppia, soprattutto quando l’unione avviene tra un cattolico e uno non battezzato.

In genere la responsabilità dell’educazione dei figli è attribuita ad entrambi i genitori, che hanno il dovere reciproco della comprensione e del rispetto per la confessione religiosa o, al limite, per l’ateismo dell’altro, nel riconoscimento, sempre reciproco, dei diritti delle coscienze. Però il codice di diritto canonico subordina il rilascio della dispensa, oltre al sussistere di giusta e ragionevole causa, anche al rispetto di determinate condizioni, corrispondenti all’assunzione di precisi impegni da parte cattolica, che deve promettere di fare quanto in suo potere perché i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica; promesse delle quali deve essere tempestivamente informata l’altra parte (cfr. can. 1125).

Maggiori sono le differenze giuridico – religiose da parte cattolica, tanto maggiori saranno i rischi di mancata realizzazione delle garanzie prescritte e potrebbe accadere, per circostanze o politiche oppure culturali, non dipendenti dalla volontà della parte cattolica, che i figli non siano di fatto educati nella fede cattolica.

Poi, c’è un altro punto da mettere in rilievo: i genitori in Cina sono molto importanti per l’educazione religiosa dei bambini, perché essi, una volta entrati nella scuola, ricevono un’istruzione totalmente atea; infatti il governo cinese, comunista e quindi ateo proibisce qualsiasi insegnamento religioso nella scuola, e il materiale didattico e i libri pubblicati sono tutti contro la religione. In una famiglia in cui un coniuge è cattolico e l’altro non battezzato, i figli, anche se battezzati per volontà del genitore cattolico, diventeranno probabilmente atei qualora venisse a mancare una educazione religiosa all’interno della famiglia.

Tuttavia, tali matrimoni rappresentano sia una sfida, sia anche una preziosa risorsa per la Chiesa: infatti si sono verificati casi in cui, dopo il matrimonio, ricevono il battesimo non solo il coniuge non battezzato, ma anche i suoi stessi parenti e gli amici. Insomma, quello che comunemente è una sfida, può trasformarsi in un nuovo metodo di evangelizzazione.

Pensando alla chiesa in Cina, sappiamo come papa Francesco è stato molto attento al dialogo con la Repubblica popolare cine. Nel 2018 – non senza controversie – è stato firmato Un Accordo provvisorio raggiunto tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese, che prevedeva due anni di prova. Che pensano i cristiani in Cina di questo percorso e dialogo?

Papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato, più volte ha manifestato un’attenzione viva e cordiale per il popolo cinese, contribuendo allo stabilirsi di un clima nuovo e più disteso, che permette l’effettiva ripresa del dialogo della Santa Sede con le autorità cinesi. Il 22 settembre 2018 è stata annunciata la firma di un accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare cinese sulla nomina dei vescovi, frutto di un processo di graduale e reciproco avvicinamento. Esso ha carattere provvisorio in quanto prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione. Nello stesso giorno è stato reso noto che il Papa ha riammesso nella piena comunione ecclesiale gli otto vescovi ufficiali ordinati senza mandato pontificio (di cui uno deceduto nel 2017).

Si, solo l’incontro può essere autentico e fecondo se avviene attraverso la pratica del dialogo, che significa conoscersi, rispettarsi e “camminare insieme” per costruire un futuro comune di più alta armonia. Quest’Accordo Provvisorio, pur limitandosi ad alcuni aspetti della vita della Chiesa ed essendo necessariamente perfettibile, può contribuire a scrivere questa pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina. Attraverso tale percorso, il Santo Padre spera di realizzare le finalità spirituali e pastorali proprie della Chiesa, e cioè sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo, e raggiungere e conservare la piena e visibile unità della Comunità cattolica in Cina.

Ma la situazione per la Chiesa in Cina non si mostra in tutto positiva, anzi il 1° febbraio 2018 era divenuta più radicale con il varo dei nuovi regolamenti sulle attività religiose. Per i nuovi regolamenti le comunità ufficiali devono sottomettere al controllo perfino le dimensioni, i colori e la posizione delle croci, l’altezza e la posizione delle statue, i testi postati su internet, con la proibizione di trasmettere in streaming qualunque cerimonia. Le comunità sotterranee non devono assolutamente esistere.

Per di più, i giovani cattolici sotto i 18 anni hanno avuto la proibizione di partecipare alla messa di Natale, a quella domenicale, alle catechesi; nelle scuole elementari, medie e superiori, i rappresentanti del ministero per l’educazione hanno proibito a scolari e studenti di festeggiare il Natale, di farsi dei regali, di partecipare a cerimonie religiose; sono stati proibiti celebrazioni e addobbi natalizi nelle città: fare questo è stato definito “un’aggressione alla cultura cinese”, una sottomissione allo “inquinamento spirituale” dell’occidente. Per tutto ciò, molte comunità vengono chiuse con la forza, e sono distrutti con bulldozer conventi e luoghi di culto; vi sono anche chiese (ufficiali) che vengono distrutte in nome dell’urbanistica, i loro terreni vengono sequestrati per lo sviluppo edilizio, senza alcun compenso.

Inoltre, subito dopo la firma dell’accordo, in molte regioni della Cina il fronte unito e l’Associazione patriottica hanno svolto raduni per sacerdoti e vescovi in cui si spiegava loro che nonostante l’accordo, essi dovevano lavorare per l’attuazione di una Chiesa indipendente; le distruzioni di croci, chiese, sessioni di indottrinamento, arresti sono continuati come prima.

Anche se l’accordo provvisorio fra Cina e Santa Sede, non ha cambiato questa situazione, esso è in qualche modo una conquista, dato che per la prima volta nella storia della Cina moderna il Papa è riconosciuto capo della Chiesa cattolica. Forse questo dimostra che l’accordo è un passo di un cammino possibile e che si può sicuramente camminare, anche se non tutto è risolto e la situazione non è certamente ideale.

Nel tuo saluto finale sulla rivista del Collegio Internazionale “Il nostro Frutto” hai scritto:” Ora, prossimo alla partenza, desidero continuare a sentirmi legato personalmente e unito nella preghiera alla Congregazione dehoniana”. Perché è importante per te mantenere questo legame? In che cosa ti senti arricchito da questa esperienza

Con l’opportunità di vivere nella comunità dehoniana, ho avuto un’esperienza molto preziosa, un’esperienza unica, arricchente, oltre che un grande onore. Qui ho conosciuto e capito i carismi della Congregazione, che ammiro e con cui sono molto d’accordo. Quindi spero di mantenere questo legame con la Congregazione, ancora di più di vivere questi carismi e di essere un Dehoniano spirituale.

Delle varie esperienze che qui ho vissuto e che mi hanno molto arricchito, vorrei particolarmente sottolineare la vita comunitaria, perché per motivi politici, in Cina non si può ancora vivere un’autentica vita comunitaria religiosa. Questa esperienza mi ha fatto comprendere non solo la sua bellezza, ma anche la sua importanza per la nostra vita di sacerdoti, per cui credo che non solo abbia giovato a me, ma anche alla diocesi in cui lavorerò.

E parliamo ora del tuo futuro. Quale sarà il tuo servizio futuro?

Come nella Chiesa universale, così anche nella Chiesa in Cina ci sono molti problemi nel campo del matrimonio, ed è divenuta non solo necessaria, ma anche urgente una seria organizzazione sia della pastorale sia del tribunale matrimoniale. Tuttavia, in Cina, la costituzione di tribunali ecclesiastici non è un fatto acquisito, sia per ragioni esterne, legate a un non pieno esercizio del diritto alla libertà religiosa, sia per ragioni interne, soprattutto per la mancanza di personale preparato. Poi sui percorsi formativi per il matrimonio, in particolare i corsi di preparazione alle nozze da parte dei nubendi, mancano i sacerdoti o religiosi e religiose che abbiano le competenze necessarie in questo delicato e complesso campo. Ho avuto la fortuna di venire a Roma per studiare il diritto canonico, quindi il mio lavoro futuro sarebbe nei tribunali ecclesiastici e nella pastorale riguardante sia la preparazione al matrimonio, sia l’accompagnamento della coppia nella vita coniugale.

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