P. Lorenzo Franchini

P. Lorenzo Franchini

* 16.06.1930
† 08.07.2021
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Padre Lorenzo Franchini è nato il 16 giugno 1930 e aveva 91 anni. Ha emesso la prima professione il 29 settembre 1947 ed è stato ordinato sacerdote il 24 giugno 1956.

Attualmente viveva in Bolognano (Italia). Apparteneva alla Provincia ITS.

Alle tue mani affido il mio spirito. (Sl 31,6)


 

Padre Lorenzo Franchini era nato a Ziano di Fiemme (TN) e lì, nella parrocchia della Beata Vergine Lauretana era stato battezzato il 22 giugno del 1930. Fu cresimato a Levico (TN) il 22.08.1937. Era entrato come Postulante ad Albino il 27 giugno 1946, per poi proseguire con il Noviziato ad Albisola dove, il 29.09.1947 fece la Prima Professione. Sempre al Albisola emise la Professione Perpetua, il 29.09.1952. Frequentò il ginnasio ad Albino tra il 1941 e il 1946 mentre proseguì con il Liceo e la Filosofia in parte a Foligno (1947-1948) e poi a Monza (1948 – 1953). Gli studi di Teologia li fece a Bologna, tra il 1953 e il 1957 e sempre a Bologna ricevette il Presbiterato il 24 giugno del 1956. È stato tra i fondatori de “Il Regno” e ha scritto per anni anche su “Settimana”. Impegnato nell’insegnamento, ha lavorato una vita presso il Centro Dehoniano, dedicandosi con passione all’informazione ecclesiale.

A partire dalla prospettiva della informazione ecclesiale, prima a Il Regno e poi a Settimana, p. Enzo è stato una delle figure più significative della stagione post-conciliare e del rinnovamento pastorale ispirato dal Vaticano II in Italia.

L’8 luglio 2021 si è spenta una figura che di certo ha fatto la storia all’interno non solo della Congregazione dei Dehoniani, ma anche della Chiesa in Italia.

 


Per sapere di più:

  1. Lorenzo Prezzi, “Enzo Franchini: i dehoniani e la Chiesa italiana”, settimananews

  2. Marcello Mattè, “P. Enzo Franchini: gli anni ritirati”, settimananews

 


Il ricordo di p. Marcello Mattè, scj

«La vita nel corpo l’ho vissuta nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).

«Il Cuore di Gesù l’ho ricevuto come tesoro vero, che mi ha alzato a un vero rapporto con Dio. Gesù è vissuto fisicamente in me, operando lui la mia verità. La vita che sembravo vivere nella carne, so che a viverla era Gesù, che si è dato a me per essere lui a imitarmi, dentro le mie esperienze. Era proprio Gesù che si esprimeva nel grande e nel piccolo della mia vita, perché lui viveva tutto. Lo Spirito mi ha comunicato il profondo di Gesù – il cuore –; e questo non per eccezione. Non è per eccezione che siamo trinitari, noi che crediamo in Gesù. L’eccezione, se mai, sta nel fatto che proprio io debba testimoniare che del cuore di Gesù si vive, alla lettera» (Dal Terzo testamento spirituale).

Si vive nella gratitudine per i doni ricevuti, nella certezza di non averli meritati e nel timore – sincero e tormentato in un figlio di Dio – di non avervi corrisposto. Per scoprire che tutto è Grazia.

P. Enzo è un eletto di Dio. Ha risposto a questa predilezione, lasciando a Dio di fare di se stesso un sacramento della sua presenza. Pienamente se stesso, ma non pieno di sé.

Il Cuore incarnato di Dio – espressione a lui cara – è colmo di gratitudine perché p. Enzo gli ha dato modo di conoscere ciò che si vive noi su questa terra da figli di questa umanità.

Noi siamo grati a p. Enzo perché ci ha dato modo di conoscere nella vita, non solo nelle parole, la passione di un Dio che altro non desidera se non di essere una cosa sola noi e lui.

Questa è stata la sua preghiera di sempre, ben oltre le 10-12 ore quotidiane di preghiera esplicita negli anni del suo “ritiro”: offrirsi concavo alla preghiera e alla vita di Gesù in lui. Una cosa sola con lui. Perché noi tutti potessimo lasciarci avvolgere nel Sint Unum.

Si riconosceva nella vicenda di Giona, fino a considerare questo nome il suo alias. Non negava  le analogie con Davide, al quale Dio ha perdonato molto perché molto lo amava. Durante la lunga cecità si faceva leggere sempre daccapo il Cantico dei cantici, vertice e compendio del Primo Testamento. Se nel Cantico ha trovato le parole dell’Amore, nell’Apocalisse ha cercato le immagini della speranza che non andrà delusa e sarà a caro prezzo per Cristo e per noi. Nella preghiera di Gesù nel Getsemani la fede, radicata nella comunione di Dio con noi, nell’Unità del tutto in lui.

C’era il vangelo di Dio tutto amore e misericordia nella volontà di p. Enzo di essere giusto e nella beatitudine di scoprirsi giustificato. Se ne trovano tracce numerose nei suoi numerosi scritti:

«Quando mi propongo a lui nella preghiera, devo semplicemente smetterla di far problema solo di me stesso, della mia incapacità a sublimarmi, della mia voglia di essere perfetto ai suoi occhi. Gli antichi padri del deserto facevano quel che facevano per diventare angeli, e non più uomini. Io no. … Al diavolo la mia perfezione personale, altra ambizione, questa volta messa negli statuti di tutti quelli che per l’appunto erano detti “istituti di perfezione”. Quando mi presento a Dio, so che non devo esser io a fargli proposte e a promettergli adempimenti. Proposte e adempimenti che a Dio – checché se ne dica – interessano molto relativamente. È Dio che, quando mi reco da lui, vorrebbe mettermi a parte dei suoi sogni» (Dal Quarto testamento spirituale)

Consolazione è parola del patrimonio dehoniano “d’annata”, accantonata per ambiguità delle quali potrebbe essere complice. P. Enzo l’ha conservata, con pudore, come parte anche affettiva della sua vocazione: consolare Dio, aiutare Gesù a portare la croce – ha praticato ogni giorno la Via Crucis –, vivere ad majus Dei gaudium, per una più grande gioia di Dio.

L’adorazione proposta dalla spiritualità dehoniana lo portava a trovare ogni pretesto per inchinarsi a riconoscere le grandi opere dell’amore di Dio. Nel creato, nella storia e soprattutto nei suoi figli e figlie. Fino sentirsi spinto a inginocchiarsi davanti a ciascuno dei suoi confratelli.

Nel dare gioia a Dio, nell’adorare la sua presenza in noi si è sostanziata la sua vocazione alla riparazione: spuntare le tentazioni con le quali il satana insistentemente cerca di convincere Dio che non vale la pena amare questa umanità.

Ha vissuto l’oblazione non soltanto come offerta della propria vita, radicata nel suo essere sacerdote del Cuore di Gesù, ma soprattutto come mettere tutto se stesso a disposizione di Gesù che vuole continuare in noi la sua incarnazione.

«Lascio ora in eredità il cuore di Gesù, sapendo cosa dico quando dico che si tratta di una realtà fisica. L’incarnazione è stata “il” tema della mia chiamata. Gesù non solo vive in noi, ma in noi sente, si appassiona, soffre, condivide, serve, si consacra in noi. È lui che in noi fa la volontà di Dio, che è un fatto divino, non può ridursi ad ascetica. Noi possiamo aiutarlo ad esserci dove il Padre ci chiama. Lui se ne consola tutto».

Ha interpretato la vocazione “riparatrice” come mettere mano alle conseguenze del peccato per dare sostanza all’Adveniat regnum tuum. Ma, di più, offrirsi anima e corpo perché Cristo, unico riparatore e redentore, disponesse di lui come sacramento. Per dare spessore storico alla redenzione. Senza di lui non possiamo fare nulla, ma anche Cristo senza la nostra “corredenzione” (altro termine delicato a lui caro) mancherebbe di incidere nella vita dell’umanità per salvarla. «Quando mi presento a Dio per invocare, non chiedo grazie. Mi affido perché lui, graziosamente, mi adoperi come strumento sacramentale necessario». Il suo Cuore ha bisogno del nostro cuore per raggiungerci fattivamente con il suo amore.

«Quando mi presento a Dio per invocare aiuto, cuore in mano, non vado a perorare una causa mia, ma sua. Lui ha bisogno ch’io collabori. Ho detestato per una vita ogni sorta di pelagianesimo, anche apostolico. La causa della salvezza non è un affare nostro. Forse, a volte, sono stato piuttosto sedotto da un larvato quietismo, camuffato col nome di abbandono.

La verità non sta in mezzo. La verità è un’altra. … Veramente è lui che ha bisogno di salvarsi con noi, salvando in noi il suo amore».


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