Vita religiosa fondata sulla grazia e sul depositum fidei della Chiesa (Cst. 15)
La Lettera introduttiva del Superiore Generale per il Giubileo dehoniano (2024–2028) sottolinea che il cuore spirituale della nostra celebrazione poggia sulla riflessione attorno alle Costituzioni nn. 9–39. Siamo lieti di condividere la settima riflessione e testimonianza, incentrata sulla Costituzione n. 15, offerta da padre Jakub Bieszczad del Centro Studi Dehoniani e da padre Petrus Sugiarto, rettore dello scolasticato dehoniano in Indonesia.
Vita religiosa fondata sulla grazia e sul depositum fidei della Chiesa (Cst. 15)
Per ciascuno di noi, per le nostre comunità, la vita religiosa è una storia: a partire dalla grazia delle origini, essa si sviluppa nutrendosi di ciò che la Chiesa, illuminata dallo Spirito, attinge costantemente dal tesoro della sua fede.
La sezione delle Costituzioni si conclude presentando un dehoniano come testimone del Regno che si manifesta nella Chiesa e che, come scrisse p. G. Manzoni, costituisce una piccola Chiesa in quell’universale. In quest’ultimo atto di questo primo trattato cristologico (nn.9-15), il testo offre una teologia della storia che invita ogni dehoniano a contribuire attivamente a ciò che la missione di Cristo sta trasformando nel mondo. Il dehoniano, con la sua dedizione e compassione, non è solo un custode della memoria, ma anche un architetto del futuro regno di giustizia, che sovrasta la giustizia del tempo presente. Diventa il vero demiurgo, attingendo alla tradizione della propria spiritualità e riuscendo così a rianimare lo spirito che animava fondatore e suoi primi seguaci nella costruzione del carisma.
Il numero del Direttorio Generale che accompagna questo punto ci tiene davvero a cuore un aspetto fondamentale: la fedeltà. È il nostro modo per onorare e continuare l’opera di Dehon, rendendo attuale la sua esperienza e portando avanti i suoi valori. La nostra spiritualità non è una semplice ripetizione di quella del Fondatore, non è nemmeno una mera imitazione del suo modo di agire e di pregare. La spiritualità è far parte della tradizione ecclesiastica dove io sono visto come un «mediatore dell’unico Mediatore», e dove la mia oblazione riflette quella del Verbo Incarnato. La mia vita diventa lo spazio in cui Cristo si manifesta per gli uomini ai quali io vengo mandato e ripete tutti i miracoli del suo amore in modo che questo sia possibile attraverso di me. Così, la storia diventa una rappresentazione degli interventi divini nella vita della famiglia umana, che non può esistere senza la grazia di Dio. La mia vocazione diventa parte di questa esperienza e rimane davvero benefica solo se aiuta gli fratelli a incontrare il Dio dell’amore.
Inoltre, c’è un altro aspetto importante da sottolineare: il riconoscimento del valore della storia come fondamento della spiritualità, che si manifesta nel 150°anno di vita della Congregazione. La storia può essere presente in due modi: attraverso il racconto che cerca di rappresentare tutti gli interventi divini nella vita del nostro istituto oppure attraverso il rito spirituale che crei la convinzione che la stessa cosa veniva ripetendo sin dall’inizio in modo immutato. Vivere la memoria delle origini non è solo studiare la storia, ma anche celebrare la tradizione. Quando rifiutiamo il segno del passato, rischiamo di dimenticare una parte di noi. È chiaro che il Cristo stesso apprezzava un bravo “scriba” che, come un buon “pater familias”, attinge con giudizio al tesoro del proprio cuore, tirandone cose sia nuove che vecchie. In altre parole, forse sono le cose che valgono essere dimenticate, ma il numero 15° della Regola di vita insiste alla prudenza nei confronti della storia. Il cambiamento può essere un sentiero facile da intraprendere, ma spesso ci si ritrova a dimenticare le cose che non sono essenziali per la nostra vita di ogni giorno. Tuttavia, queste cose possono essere cruciali per comprendere appieno chi siamo e da dove veniamo. Ricordare e non capire non è molto lontano dall’obliare.
P. Jakub Bieszczad, SCJ
La mia esperienza come formatore presso lo scolasticato in Indonesia
Una testimonianza personale di p. Petrus Sugiarto, SCJ, Rettore dello scolasticato dehoniano in Indonesia.
La mia esperienza come Rettore mi ha convinto sempre più che la formazione religiosa è, anzitutto, un’opera della grazia di Dio. Ho accompagnato un confratello che sembrava avere capacità assai limitate, ma che a poco a poco è cresciuto in modo straordinario, fino a diventare un buon sacerdote che continua a maturare tuttora. Questa esperienza mi ricorda che i limiti iniziali di una persona non determinano l’esito finale della sua vocazione. Dio opera con pazienza, spesso al di là delle nostre aspettative, attraverso il tempo, l’accompagnamento e la fedele collaborazione della persona stessa.
Allo stesso tempo, la formazione oggi presenta sfide considerevoli. Riscontro difficoltà legate alla perseveranza, alla pazienza verso il processo formativo e alla tendenza a privilegiare i risultati a scapito di quella crescita graduale che un’autentica formazione richiede. Accompagnare le giovani generazioni esige inoltre una comprensione più profonda dei loro vissuti e delle loro aspirazioni. La fatica della sincerità all’interno del cammino formativo costituisce un’ulteriore preoccupazione, poiché una crescita autentica richiede il coraggio di riconoscere i propri limiti e di vivere nella verità davanti a Dio e agli altri.
Queste esperienze hanno rafforzato la mia convinzione che la formazione intellettuale debba essere sempre bilanciata da una solida vita spirituale. La conoscenza e il profitto accademico sono essenziali, ma non possono sostituire una relazione viva con Dio. La preghiera, l’Eucaristia, la Parola di Dio e la fedeltà alla fede affidata alla Chiesa devono rimanere il cuore pulsante della formazione. Il depositum fidei non è semplicemente un insieme di dottrine da apprendere: è la fede della Chiesa che va accolta, vissuta e incarnata nella quotidianità.
Ho visto di persona come un confratello possa fiorire quando si sente stimato e riceve lo spazio necessario per sviluppare i propri doni e passioni autentiche. Eppure ho anche sperimentato la dolorosa realtà di un confratello che sembrava saldo nella propria vocazione, ma che in seguito ha perso le proprie convinzioni vocazionali e ha deciso di andarsene. Queste esperienze contrastanti mi ricordano che la formazione non può garantire un esito prestabilito. Ciascuno deve prendere parte liberamente al proprio cammino di discernimento e di crescita.
Nell’adempiere a questo ministero, traggo forza dallo spirito dehoniano dell’Ecce venio e dell’Adveniat Regnum Tuum.Essi mi invitano a rimanere disponibile, fedele alla mia missione e fiducioso nella Divina Provvidenza. Intendo il mio ruolo di formatore non come quello di chi crea le vocazioni, bensì come uno strumento nelle mani di Dio, che aiuta ciascun confratello a scoprire e valorizzare il meglio di sé nel rispondere alla chiamata divina. In ultima analisi, ogni persona deve assumersi la responsabilità della propria formazione, mentre la grazia di Dio ne resta il fondamento più profondo. Il mio compito è accompagnare questo cammino con fede, pazienza e speranza, confidando che Dio continui a operare in ciascuno e attraverso la Chiesa.
P. Petrus Sugiarto, SCJ



