16 ottobre 2020
16 ott 2020

A Cesare ciò che è di Cesare

di  Gonzalo Arnáiz Álvarez, scj

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Nel Vangelo di Matteo (Mt 22,15-22) troviamo una frase lapidaria di Gesù: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio e a Dio quel che è di Dio”. Una espressione con cui egli infrange il dilemma presentato dai suoi interlocutori che volevano farlo cadere nella trappola della scelta tra “Legge” e “Roma”.

Di questa asserzione sono state fatte diverse letture. Tra le più frequenti, vi è stata quella di affermare una sorta di separazione del potere: da un lato “Dio” e dall’altro “Cesare”. Due sfere indipendenti tra le quali non esiste alcun tipo di collegamento. La vita del credente deve da un lato occuparsi dei suoi doveri religiosi, dall’altro deve occuparsi dei doveri della vita civile o pubblica secondo altre leggi.

È ben lontana l’intenzione di Gesù di dividere il mondo in due settori. Dio comprende tutto e “Cesare” è subordinato a Dio. Se “Cesare” chiede la sottomissione assoluta al suo potere sui diritti inalienabili dell’uomo, allora “Dio” si schiera con gli oppressi e i poveri. Dio non è indifferente a ciò che accade nella storia. Dio “ascolta” il grido del suo popolo.

Il “Cesare” di turno ha naturalmente una specifica autonomia di azione, ma nessun “cesarismo” è ammissibile perché “l’uomo” è l’immagine di Dio e ha un valore assoluto e inalienabile.

In virtù della presunta divisione dei poteri tra Dio e Cesare, si rischia quella di “portare in sacrestia” ogni possibile azione della chiesa e dei credenti. La voce dei credenti non può ridursi alla sfera privata, ma deve evangelizzare le dinamiche della vita pubblica.

Papa Francesco, nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti”, a questo proposito scrive: (n. 276):

“Per queste ragioni, benché la Chiesa rispetti l’autonomia della politica, non relega la propria missione all’ambito del privato. Al contrario, «non può e non deve neanche restare ai margini» nella costruzione di un mondo migliore, né trascurare di «risvegliare le forze spirituali»che possano fecondare tutta la vita sociale. È vero che i ministri religiosi non devono fare politica partitica, propria dei laici, però nemmeno possono rinunciare alla dimensione politica dell’esistenza che implica una costante attenzione al bene comune e la preoccupazione per lo sviluppo umano integrale. La Chiesa «ha un ruolo pubblico che non si esaurisce nelle sue attività di assistenza o di educazione» ma che si adopera per la «promozione dell’uomo e della fraternità universale». Non aspira a competere per poteri terreni, bensì ad offrirsi come «una famiglia tra le famiglie – questo è la Chiesa –, aperta a testimoniare […] al mondo odierno la fede, la speranza e l’amore verso il Signore e verso coloro che Egli ama con predilezione. Una casa con le porte aperte. La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre».E come Maria, la Madre di Gesù, «vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità […] per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione»”.

Voglio anche evidenziare dal Vangelo l’elogio a da parte dei suoi interlocutori.

“Sappiamo che sei veritiero”. In Gesù non c’è doppiezza. Il suo dire è il vero riflesso di ciò che ha nel cuore. Non mente mai. Gesù è riconosciuto come “maestro”. Egli ci mostra la via che conduce a Dio. Egli è la Verità.

“Non hai soggezione di alcuno perché non guardi in faccia a nessuno”. Per Gesù tutti sono importanti ed uguali. Non ha paura di parlare apertamente contro Erode o di chiamare “ipocriti” quanti non sono sinceri e veri. Egli non ha mai cercato il “politicamente corretto” ma volontà divina che è il riflesso della verità che è in Dio.

Non guarda le apparenze. Ciò che conta è il cuore.

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