28 agosto 2020
28 ago 2020

Nel Vangelo, chi perde è colui che vince

© photo credit: Christian Vogeler
di  Gonzalo Arnáiz Álvarez, scj

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Il progetto di vita che Gesù propone ai suoi discepoli è quanto meno sconvolgente, per non dire sconcertante o scandaloso. È possibile che Dio, per potersi affermare, metta irrevocabilmente alla prova gli uomini per dimostrare la sua fedeltà? Se è così, sarebbe meglio scegliere un altro “Dio”.

La lettura di Geremia (20,7-9) può dare indicazioni per risolvere il problema. C’è un preludio in Geremia che non si può mai perdere di vista: l’esperienza profonda di una chiamata di un Dio che lo seduce e lo manda ad annunciare la conversione ad un popolo che ha sperimentato nella sua storia le predilezioni di Dio. Ma che si era discostato da quanto previsto dall’alleanza del Sinai. Dio lo manda a guidare il suo popolo. E deve gridare “Violenza” e proclamare “oppressione”. Una cosa tremendamente scomoda per le orecchie di chi sceglie di emarginare il profeta. La missione di Geremia diventa ” opposizione ” e ” disprezzo “. Preferisce cambiare la sua parola, lasciare la sua missione, dedicarsi ad altri compiti. Entra in una crisi esistenziale. Ma nel profondo della sua anima c’è l’esperienza fondante della sua vocazione e dell’amore e della benedizione di Dio sulla sua persona. Per questo non può contenere la Parola dentro di sé e continua la sua missione contro ogni avversità.

Nel Vangelo (Mt 16,2-27) troviamo un quadro simile. Gesù ha cominciato a intuire che il suo messianismo non è un cammino facile. Deve andare a Gerusalemme. Finora aveva portato il suo Vangelo nelle periferie: Galilea, Decapoli, Samaria. Ma il nucleo centrale era in Giudea, a Gerusalemme. E lì ha dovuto annunciare il Vangelo, a partire dalla chiamata alla conversione. Non è stato facile smantellare un intero cerchio di potere costruito sull’egemonia della Legge, del Tempio, della discendenza e della Nazione. Non è stato facile annunciare un Dio dei vivi, un Padre misericordioso, benevolo con gli emarginati, presente in Spirito e Verità a tutti gli uomini, che li ama come figli e vuole vederli vivere in fraternità. Per questo Gesù prevede un cammino di spine, di abbandono, di tenebre, di rinuncia e infine di morte. Questa è la sua missione.

Gesù, fondandosi sulla gratuità dell’amore del Padre per Lui e per tutti gli uomini, vuole vivere questa gratuità nella donazione della sua vita a favore di tutti i suoi fratelli. Gesù, discende dal suo “io”, nega “se stesso”, e va incontro all’altro e all’Altro. Questa partenza, questo abbandono della sua sicurezza personale e dei suoi desideri, saranno i preamboli necessari per riporre tutta la sua fiducia nel Signore e per lasciare che Dio guidi la sua vita e lo conduca alla fine, anche se questo fine significa l’abbandono totale sulla croce.

Pietro è scandalizzato dal progetto di Gesù. Ha paura o non rientra nelle sue aspettative che il Messia diventi il disprezzo del popolo. La reazione di Pietro è normale, è la nostra reazione. Gesù, diciamo, smettila di scherzare e salvaci in un altro modo, più facilmente; che tutto venga a noi come per mano di bambini piccoli e che non ci costi nulla, che non dobbiamo rinunciare a nulla; che continuiamo a cavalcare il nostro “io” e che nessuno ci tocchi. Non chiederci di rinnegare noi stessi e di portare la croce.

Gesù osa porre un dilemma: A cosa serve guadagnare il mondo intero se poi la vita va in rovina? Non serve a niente, perché si perde la cosa più preziosa. Gesù afferma senza riserve la permanenza della vita per sempre; oltre la morte. La fine, la morte, segna un prima e un dopo; un dopo favorevole per tutti coloro che in questa vita hanno cercato di seguire le orme di Gesù o hanno cercato, come Lui, di fare sempre la volontà di Dio Padre. Dovremo ascoltare di nuovo Gesù: Non abbiate paura e salpate di nuovo senza tante paure, perché sappiamo che Lui ci precede e ci precede sempre. Nel Vangelo, chi perde è colui che vince.

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