Lettera in occasione della solennità del Sacro Cuore di Gesù, 12 giugno 2026
USCIAMO DUNQUE VERSO DI LUI
Ai membri della Congregazione
A tutti i membri della Famiglia Dehoniana
I.
Alcuni anni fa, accanto al colonnato di Piazza San Pietro in Vaticano, è stata inaugurata una scultura in bronzo. Intitolata “Angeli senza saperlo“, quest’opera rappresenta un gruppo eterogeneo di migranti e rifugiati di diverse culture, etnie ed epoche storiche, che viaggiano a bordo di una stessa imbarcazione. Al centro della composizione emergono ali d’angelo, elemento che illustra la citazione biblica: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,2)[1].
L’opera interpella quanti si fermano a guardarla. Da una prospettiva dehoniana, si può pensare che essa ci interroghi sulla nostra capacità di accoglienza. Non si tratta soltanto della buona volontà di aprire le porte di casa e condividere con chi arriva, ma di andare in profondità: è un autentico termometro della salute della nostra identità carismatica, riconoscibile nella disposizione permanente di apertura personale e comunitaria.
Così noi intendiamo la riparazione:
come accoglienza dello Spirito (cf. 1Ts 4,8),
come una risposta all’amore di Cristo per noi,
una comunione al suo amore per il Padre
e una cooperazione alla sua opera di redenzione
all’interno del mondo (Cst 23).
Dall’accoglienza alla cooperazione! Un itinerario di vita spirituale; un camminare «sotto la guida dello Spirito» (Cst 16). P. Dehon ci invita espressamente a questo: «Viviamo quindi sotto la dolce influenza dello Spirito Santo, che è lo spirito del Sacro Cuore»[2].
Non fu forse lo Spirito ad accompagnare il cammino di Gesù di Nazaret? Lo Spirito lo abbracciò lungo tutta la sua vita terrena: si rivela fin dal mistero del grembo di Maria (cf. Mt 1,20) e nell’intima comprensione della sua identità (cf. Lc 3,22). Lo fortificò nell’aridità della prova (cf. Mt 4,1), lo spinse ad accogliere la sua missione (cf. Lc 4,18) e diede vita ai suoi insegnamenti (cf. Lc 4,14). Allo stesso modo, ispirò il suo impegno per la dignità dei poveri e degli afflitti (cf. Lc 12,28) e, come culmine, sostenne la sua offerta totale (cf. Eb 9,14).
II.
Riconoscendo lo Spirito come un dono del Padre, Gesù non pretese mai di appropriarsene. Al contrario, lo promise ai suoi perché fosse il loro aiuto (cf. Gv 7,39), affinché continuassero ad apprendere e custodissero viva la sua parola (cf. Gv 14,15ss.). La promessa si realizzò nella sua Pasqua, al tramonto del primo giorno della settimana. Fu allora che il Risorto — contemplato dai suoi nella sua parola, nelle sue mani e nel suo costato — dissipò le paure e restaurò la comunione ferita dei suoi discepoli. Per essi, «grazie al dono dello Spirito» (Cst 59), iniziava un tempo nuovo (cf. Gv 20,19ss.). L’incontro con il Signore, unito all’azione dello Spirito, trasformò le loro vite; tuttavia, questa trasformazione non era orientata a cadere in sterili intimismi: «Potrà forse piacere al Cuore che ha tanto amato se rimaniamo in un’esperienza religiosa intima, senza conseguenze fraterne e sociali?»[3].
Infatti, coloro che furono testimoni della promessa compiuta del suo Spirito e contemplarono il suo costato furono associati all’opera riparatrice del Maestro, incarnandola anzitutto nella loro stessa comunità. Eredi della comunità pasquale, desideriamo continuare a vivere questo mistero tra di noi, per testimoniare la forza trasformatrice della sua presenza:
Nella comunione, anche al di là dei conflitti,
e nel perdono vicendevole,
vorremmo testimoniare
che la fraternità di cui gli uomini hanno sete
è possibile in Gesù Cristo
e noi vorremmo esserne i servitori (Cst 65).
In sintonia con tutto questo, Papa Leone XIV ci ha appena ricordato che: «(…) tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana, guidati dall’azione dello Spirito Santo, tendono a generare nel mondo conseguenze sociali»[4]. Comprendiamo così che il desiderio di P. Dehon di consacrare le anime e le società alla causa del Regno del Sacro Cuore presuppone una profonda docilità allo Spirito.
Non può esistere un autentico impegno sociale dehoniano senza essere in sintonia con lo Spirito, con la comunità e con le persone che desideriamo aiutare, avendo cura, tuttavia, di non creare dipendenze né favorire imprescindibilità personali. A questo proposito, vale la pena ricordare alcune delle risposte all’indagine recentemente realizzata dalla nostra Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC). I risultati riflettono una sensibilità sociale notevole e diversificata in quasi tutti i luoghi in cui siamo presenti: dalle grandi strutture educative, come la St. Joseph Indian School[5], nata per servire i Lakota negli Stati Uniti, fino alle piccole presenze nel mondo rurale, come quella di Lacanche, in Francia[6]. Quest’ultima si definisce precisamente in questi termini:
Sappiamo che la nostra missione è essere lì, come fratelli benevoli, aiutando se possibile e, in ogni caso, condividendo la vita quotidiana così come le gioie e le sofferenze di un popolo semplice. Riconosciamo i nostri limiti e le nostre differenze. Ma sappiamo che ciò che conta è essere lì, accanto a un intero popolo di gente semplice, spesso nella sofferenza, nell’abbandono e nella solitudine. Essere lì, in una fraternità religiosa riconosciuta nel villaggio, è un segno che la nostra Chiesa ama questo mondo dei “piccoli” del quale facciamo parte (…). Nonostante la nostra piccolezza, camminiamo insieme a tutta una popolazione che affidiamo, nelle nostre preghiere personali, all’amore di Cristo, «a colui che si è identificato con i piccoli e con i poveri» (Cst 28)[7].
La vocazione dehoniana nasce effettivamente dal desiderio di “essere lì”, come il Figlio davanti al Padre, per collaborare con passione al dono del suo Regno come servitori di tutti. A tale scopo, assumiamo un requisito indispensabile affinché le nostre comunità, i nostri apostolati e le nostre opere siano un’espressione trasparente di questo servizio al Vangelo:
la nostra risposta suppone una vita spirituale:
un modo comune di accostarci al mistero di Cristo,
sotto la guida dello Spirito,
e una particolare attenzione a quanto,
nell’inesauribile ricchezza di questo mistero,
corrisponde all’esperienza di Padre Dehon
e dei nostri primi religiosi (Cst 16).
III.
In questo “comune accostarsi” — ispirati da quello di Maria e del discepolo amato ai piedi della croce — troviamo il modello per liberarci dall’egoismo e dai personalismi che talvolta ostacolano la missione condivisa. Il modo in cui essi si accolsero reciprocamente, offrendosi come madre e figlio, rese possibile una nuova comunità. È la comunità che nasce dall’ascolto e dall’“essere lì” — ovunque ci si trovi — ma tutti «al servizio del Regno (Cst 9-39)»[8].
La solennità che ci apprestiamo a celebrare è un rinnovato invito a partecipare a questa stessa comunità che si nutre dell’inesauribile “Venite a me” che sgorga dal Cuore che tanto ci ama[9]. La sua chiamata ci mette in cammino e ci avvicina — purché procediamo nella direzione giusta — ai volti e ai luoghi nei quali l’Amore pulsa con maggiore intensità: «Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento» (Eb 13,13), come fecero Maria, le altre donne e il discepolo che Gesù amava. Insieme a loro e a tante altre persone che non si adattano né si arrendono davanti alle sfide del nostro tempo, desideriamo continuare a rispondere all’appello del nostro Fondatore:
“Alziamoci e andiamo”. Andiamo al servizio del Nostro Signore, andiamo alla dedizione, al sacrificio. Usciamo da noi stessi, andiamo al Cuore di Gesù, al suo amore, alla sua imitazione, al suo servizio; unione costante al Cuore di Gesù nello spirito di amore e di immolazione[10].
Così fece il nostro confratello P. Martino Capelli, mentre ci prepariamo a celebrare la sua prossima beatificazione, facendo propria la causa dei più abbandonati in un tempo di odi scatenati. Tuttavia, insieme al suo compagno di martirio, il salesiano don Elia Comini, egli sconfisse i suoi nemici armato di amore e di perdono. Forse fu proprio in quei momenti così decisivi che Martino comprese, come mai prima, ciò che egli stesso aveva scritto sull’ideale di P. Dehon:
Egli voleva che il Cuore del Salvatore fosse – per così dire – il punto di convergenza nel quale dovevano incontrarsi tutti gli uomini, per espiare le proprie ingratitudini, per ritrovarsi tutti fratelli, nell’amplesso di un’unica divina paternità[11].
Possiamo sempre ritrovarci in Lui! A tutti, una felice solennità del Sacro Cuore di Gesù.
Fraternalmente,
P. Carlos Luis Suárez Codorniú, scj
Superiore generale
e suo Consiglio
[1] Sulla scultura, cfr.: “Angels Unawares”: [https://angelsunawares.org/es/la-escultura/].
[2] Leon Dehon, L’année avec le Sacré Cœur: [https://www.dehondocsoriginals.org/pubblicati/OSP/ ASC/OSP-ASC-0003-0005-8060305?ch=283].
[3] Papa Francesco, Dilexit nos, 205.
[4] Leone XIV, Magnifica Humanitas, 49.
[5] Su questa scuola, cfr.: SCJ South Dakota: [https://www.stjo.org/]
[6] Su questa fraternità, cfr.: SCJ Lacanche: [https://scj.lu/nos-communautes/lacanche/lacanche]
[7] Fraternité de Lacanche, “En vue de l’Assemblée provinciale”, Inter fratres 5-8 (2026) 26-27
[8] Cfr. «Per Lui vivo: È Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Lettera all’inizio del centenario della morte di Padre Dehon e in preparazione al 150º anniversario della fondazione della Congregazione, Bruxelles, 12 agosto 2024. Prot. N. 0296/2024.
[9] Cfr. Mt 11,25-30.
[10] P. Dehon, L’année avec le Sacré Cœur: [https://www.dehondocsoriginals.org/pubblicati/OSP/ ASC/OSP-ASC-0003-0004-8060304?ch=171].
[11] Egidio Cabianca (pseudonimo di P. Martino Capelli), “Sul fronte della fede. Verso il centenario della nascita del P. Dehon”, Il Regno del Sacro Cuore, Anno XXXII, 2 (1943)


