15 marzo 2016
15 mar 2016

La forza delle foto

di  Rinaldo Paganelli,scj

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La forza delle foto IT

La terra è solcata da profughi che tentano di reinventarsi la vita affrontando disagi immensi, ma la notizia lascia inerti. Appena però un fotografo fissa la tragedia nella foto di Aylan, il piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum, paradiso turistico della Turchia, una scossa di compassione attraversa il globo A faccia in giù, appena lambito dall’acqua, le braccia abbandonate, immobile nella morte, ha ancora la maglietta rossa e i pantaloncini scuri, le scarpe allacciate. E la foto di quel corpicino composto, delicato, fa il giro del web, viene rilanciata all’infinito su Twitter, simbolo della tragedia dei migranti e della decisione dei media di guardarla in faccia. Da quel giorno le foto dei bambini profughi sono diventate sempre più abituali.

La molla della solidarietà

Nella civiltà dell’immagine, per fare scattare la molla serve che qualcuno scatti una foto. Solo quando si diventa capaci di dare un volto alla sofferenza si riesce ad averne pietà. Le statistiche deprimono, ma non commuovono. Le stragi immonde di Boko Haram in Nigeria ci sconvolgono, ma non ci coinvolgono. Delle trentaduemila vite mietute l’anno scorso dalla falce terrorista, solo alcune centinaia erano occidentali. Il 2,6% del totale. Eppure è intorno a quello striminzito 2,6 che si piangano le lacrime migliori e organizzano dibattiti e rappresaglie. Gli attentati dove vediamo coinvolte persone che sono più vicine a noi li incassiamo con un certo autocontrollo. Al di là della naturale commozione per le vittime, il segnale che trasmettono al nostro cervello è: non puoi più muoverti di casa. Uno se ne fa una ragione. Se poi il terrorismo arriva in casa, come è successo recentemente a Parigi, e altre volte nelle città occidentali, il messaggio si fa più stringente: rischi la pelle persino se resti a casa tua. Dove per «casa» si intende non solo il luogo in cui abiti, ma la comunità che condivide le tue abitudini e i tuoi codici.

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Il terrorismo delle parole

Non si perde occasione per alimentare un terrorismo delle parole che vorrebbe convincere che un miliardo di islamici sogna la sottomissione dell’Occidente. Le ricostruzioni che stimolano il nervo della paura possiedono una certa efficacia narrativa. Vale la pena richiamare che pur con tutti i suoi eccessi di materialismo, lo stile di vita occidentale improntato al piacere esercita sugli immigrati un potere attrattivo mille volte superiore a quello funereo dei terroristi. Non sarà facile liberarsi dalle azioni terroristiche, ma per non alimentare la spirale della violenza occorre trovare modi giusti per dare dignità all’umanità che migra.

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