29 febbraio 2016
29 feb 2016

Papa Francesco e il Patriarca Kirill: incontro nel cammino

di  Tadeusz Kałużny, scj

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L’incontro di Papa Francesco con il Patriarca  Kirill, che ha avuto luogo il 12 febbraio 2016 presso l’aeroporto di L’Avana, è stato, senza dubbio, un evento importante nella storia delle relazioni reciproche tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa russa.

La dichiarazione di carattere ”pastorale”- come l’ha chiamata Papa Francesco –   firmata nel corso della riunione, sostanzialmente non contiene nulla di nuovo, rispetto al cammino fatto dalle due Chiese. Tuttavia, esprime la volontà di cooperazione ed è in linea con il senso lato dell’ “ecumenismo pratico” e il “dialogo d’amore” tra le due Chiese. Più che il documento risulta importante l’incontro tra papa Francesco e il patriarca  Kirill, che dà speranza per migliorare le relazioni tra il Vaticano e Mosca. Certamente questo tipo di sforzo da entrambe le parti dovrà fare il conto con la dimensione politica da cui non era esente nemmeno la presente riunione.

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La speranza è motivata dal fatto, che le due chiese nella storia recente dei loro rapporti, oltre ai momenti difficili, hanno anche mostrato una positiva esperienza di cooperazione. Tale cooperazione tra le due Chiese è stata avviata dalla figura carismatica del metropolita di Leningrado Nikodem (Rotov) dopo il Concilio Vaticano II. Questa esperienza di una stretta collaborazione tra la Chiesa ortodossa russa e quella cattolica rimane probabilmente nella memoria, e forse anche nel cuore del Patriarca  Kirill, perchè studente e stretto collaboratore di Nicodemo.

Sulla strada della realizzazione del dialogo c’è un’altra difficoltà con la quale deve fare i conti il Patriarca  Kirill. Questa difficoltà è data dalla divergenza di opinioni ed atteggiamenti all’interno della Chiesa ortodossa russa con le altre denominazioni, dove accanto della tendenza più aperta o “moderata” si trova una corrente “rigorosa”, che percepisce l’impegno per l’unità dei cristiani come “l’eresia dell’ecumenismo”. La complessità della situazione – come ha fatto notare il teologo ortodosso polacco, p. Jerzy Klinger – deriva dal fatto che la Chiesa ortodossa non ha mai fatto una rivoluzione nella consapevolezza ecumenica, come è avvenuto nella Chiesa Cattolica Romana a partire dall’enciclica Mortalium animos (1928) fino al decreto Unitatis redintegratio del Vaticano II. Per questa ragione, la natura della partecipazione dei rappresentanti ortodossi alle riunioni ecumeniche non è privo di una certa ambiguità. I teologi ortodossi che partecipavano al movimento ecumenico, si trovano immersi nello spirito del decreto del Concilio Vaticano II, e allo stesso tempo agiscono e, a volte mantengono nei loro discorsi, qualcosa dello spirito Mortalium animos.

Tutto questo indica il complesso contesto delle relazioni cattolico-ortodosse, e dell’incontro simbolico tra Francesco e  Kirill, e la necessità di autentici sforzi e gesti da intraprendere per il reciproco avvicinamento.

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