12 marzo 2026
12 mar 2026

“Tra i Leoni”

Lettera per il 14 marzo 2026, in occasione del 183° anniversario della nascita del Fondatore, Padre Leone Dehon.


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“Tra i Leoni”

Ai membri della Congregazione

A tutti i membri della Famiglia Dehoniana

Un noto detto afferma: «chi ha trovato un amico ha trovato un tesoro» (Sir 6,14). In questi giorni, mentre facciamo memoria grata del Venerabile P. Léon Dehon, tra i molti beni che ci ha lasciato nel suo patrimonio umano e spirituale, riconosciamo il valore che l’amicizia ebbe nella sua vita. Egli la coltivò sempre, sia l’amicizia con il Signore sia quella con i suoi contemporanei: «Fratelli e amici di Gesù, figli e amici di Dio nostro Padre, tale è la nostra bella vocazione»[1].

La sua abbondante corrispondenza conferma, infatti, che ebbe buoni amici. Tra di essi vi erano ecclesiastici, persone consacrate e laici. Nella vicinanza e nell’affetto ebbero la loro importanza nella storia vocazionale e negli apostolati di P. Dehon. Uno di essi fu Léon Harmel, con il quale il nostro Fondatore sviluppò parte della sua inquietudine sociale[2].

In una certa occasione, P. Dehon affidò una lettera al sig. Harmel affinché la consegnasse a Papa Leone XIII. La lettera è datata 14 marzo 1895[3]. In essa, in poche righe, P. Dehon presentò al Papa il suo Istituto, che allora contava poco più di sedici anni di esistenza. A partire dal cammino già compiuto, il Fondatore fece conoscere al Papa l’obiettivo della Congregazione: «cooperare al regno del Sacro Cuore di Gesù». Precisò inoltre al Papa i principali mezzi per realizzarlo. Anzitutto: «vivendo piamente in comunità e partecipando agli esercizi ordinari della vita religiosa»[4]. La nostra Regola di Vita lo esprime così:

La nostra professione dei consigli evangelici,

vissuta in comunità,

è la prima espressione della nostra vita apostolica,

poiché testimonia la presenza di Cristo

e annuncia il Regno di Dio che viene. (Cst 60)

Da questa prima disposizione nasce, nello spirito di amore e di riparazione, l’apostolato. Come scrisse P. Dehon al Papa, esso ha il suo punto di partenza nell’adorazione eucaristica, «fonte di grazie per la Congregazione e per tutte le sue opere»[5]. Ciò che, nelle parole della Regola di Vita, può essere espresso in questo modo:

Con la nostra celebrazione,

uniti a tutta la Chiesa

nella memoria e nella presenza del Signore,

accogliamo Colui che ci fa vivere insieme,

che ci consacra a Dio

e ci invia senza sosta sulle strade del mondo

al servizio del Vangelo. (Cst 82)

In questo modo, quando la vita e la missione sono centrate sull’offerta di Gesù al Padre e all’umanità, P. Dehon lascia intendere che l’esistenza rimane impregnata dello «spirito di carità e di compassione» che rende possibile la dedizione e l’attenzione verso gli altri e, in modo particolare, «alle opere sociali e alle missioni, dentro e fuori del paese».

Nonostante la debolezza dei suoi mezzi, nel momento in cui P. Dehon si rivolge al Papa, la Congregazione era già presente nel mondo industriale (Val de Bois) e impegnata in attività educative e sociali a Saint-Quentin (Francia), in Ecuador e nel nord del Brasile. Si pensava anche allora al modo di accompagnare gli emigranti. Nel frattempo, le case di formazione per i più giovani in Europa curavano la preparazione di «missionari e apostoli degli operai». Tutto questo che P. Dehon volle condividere con il Papa è riassunto, in qualche modo, nella nostra Regola di Vita con la seguente formulazione:

Seguendo Cristo, dobbiamo vivere

in una solidarietà effettiva con gli uomini.

Sensibili a tutto ciò che nel mondo attuale

pone ostacoli all’amore del Signore,

testimoniamo che lo sforzo umano,

per giungere alla pienezza del Regno,

ha bisogno di essere continuamente purificato

e trasfigurato dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo. (Cst 29)

Affinché questo avvenga, P. Dehon ci insegna con la sua testimonianza che, per realizzarlo, è necessario un arduo e costante lavoro di squadra. Di fatto, i «Leoni» fin qui menzionati – il Papa, Harmel e Dehon – sono figure concrete che vissero tra loro, non senza difficoltà e incomprensioni, una solida e feconda comunione. Ognuno di essi, secondo la propria vocazione e responsabilità, come consacrato o come laico, condivise la stessa passione: l’amore per il Vangelo e per la dignità umana.

Ma essi non furono, né sono, gli unici «Leoni» della storia. Ce ne sono altri. Molti altri, e troppo spesso di un altro tipo. Li conosci, certamente. Sono come quelli descritti dal salmista nel mezzo della sua angoscia:

Sono disteso a terra,

in mezzo ai leoni che divorano gli uomini;

i loro denti sono lance e frecce,

la loro lingua una spada affilata. (Sal 57,4)

Li riconosceva anche il profeta Ezechiele indicando il governante che aveva tradito la propria responsabilità verso il suo popolo:

Diventato ormai un leone,

andava e veniva tra i leoni.

Imparò a sbranare la preda

e divorava uomini.

Devastava i palazzi e distruggeva le città;

al suo ruggito tutto il paese tremava. (Ez 19,6-7)

Non usciamo dallo stupore e dal dolore crescente causato da tanti leoni sanguinari nei nostri tempi. Quando sembrava che si consolidassero – o forse ci illudevamo? – la forza della parola, il dialogo e l’intesa, migliaia di volti, lacrime e ferite ci risvegliano di fronte alla crudeltà dell’odio e della vendetta nascosti in droni e missili che non conoscono frontiere. Crescono l’egoismo e le mani che si chiudono per colpire. Si spengono le voci e si accendono le sirene.

In questo tempo di Giubileo dehoniano, nel quale siamo stati chiamati a rinnovarci dall’interno alla luce del nostro carisma, non inventiamoci leoni, come faceva quel pigro per giustificare la sua indifferenza: «Per non lavorare, il pigro dice: fuori c’è un leone che mi vuole uccidere» (Pr 22,13). Oggi, nelle strade, nei cammini e negli orizzonti in cui ci muoviamo, ci sono davvero delle fiere: identificale, dai loro un nome. Continuano a ferire la vita in molti modi. Ce n’erano ai tempi di Leone XIII, di Léon Harmel e di Léon Dehon. Ma nessuno di loro le ignorò; piuttosto, le affrontarono come meglio seppero.

Che la memoria di questi buoni amici, radicati nel Cuore che ci chiama e che ci vuole anche come suoi amici, e non come servi (cf. Gv 15,15), ci incoraggi a mantenere viva ed efficace la speranza e l’impegno verso i nostri fratelli e sorelle che stanno soffrendo tante lacerazioni. Per loro, per noi e per le vocazioni che Dio vorrà suscitare in mezzo al suo popolo, cresca il desiderio di lasciarci guidare da Colui che si è fatto servo di tutti:

Allora il lupo dimorerà con l’agnello,

il leopardo si sdraierà accanto al capretto,

il vitello e il leone pascoleranno insieme

e un piccolo fanciullo li guiderà. (Is 11,6)

Nel Cuore che ci unisce,

 

P. Carlos Luis Suárez Codorniú, scj – Superiore generale

e il suo Consiglio

 

[1] « Frères et amis de Jésus, fils et amis de Dieu notre Père, telle est notre belle vocation ». Léon Dehon, La vie intérieure, Bruxelles 1919 (VES 180). https://www.dehondocsoriginals.org/pubblicati/OSP/VES/OSP-VES-0005-0002-8060502?ch=180

[2] https://www.dehoniani.org/es/una-biografia-de-leon-harmel-un-companero-de-camino-del-p-dehon/

[3] 1LD 65900 https://www.dehondocsoriginals.org/pubblicati/COR/1LD/1895/COR-1LD-1895-0314-0065900

[4] «En vivant pieusement en communauté et en se livrant aux exercices ordinaires de la vie religieuse ». 1LD 65900, 1. https://dehondocsoriginals.org/pdf/COR-1LD-1895-0314-0065900.pdf

[5] « source de grâces pour la congrégation et pour toutes ses œuvres ». 1LD 65900, 1.

https://dehondocsoriginals.org/pdf/COR-1LD-1895-0314-0065900.pdf

Italiano P2026-0076-S-1AG-Lettera 14 marzo

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