“Tra i Leoni”
Ai membri della Congregazione
A tutti i membri della Famiglia Dehoniana
Un noto detto afferma: «chi ha trovato un amico ha trovato un tesoro» (Sir 6,14). In questi giorni, mentre facciamo memoria grata del Venerabile P. Léon Dehon, tra i molti beni che ci ha lasciato nel suo patrimonio umano e spirituale, riconosciamo il valore che l’amicizia ebbe nella sua vita. Egli la coltivò sempre, sia l’amicizia con il Signore sia quella con i suoi contemporanei: «Fratelli e amici di Gesù, figli e amici di Dio nostro Padre, tale è la nostra bella vocazione»[1].
La sua abbondante corrispondenza conferma, infatti, che ebbe buoni amici. Tra di essi vi erano ecclesiastici, persone consacrate e laici. Nella vicinanza e nell’affetto ebbero la loro importanza nella storia vocazionale e negli apostolati di P. Dehon. Uno di essi fu Léon Harmel, con il quale il nostro Fondatore sviluppò parte della sua inquietudine sociale[2].
In una certa occasione, P. Dehon affidò una lettera al sig. Harmel affinché la consegnasse a Papa Leone XIII. La lettera è datata 14 marzo 1895[3]. In essa, in poche righe, P. Dehon presentò al Papa il suo Istituto, che allora contava poco più di sedici anni di esistenza. A partire dal cammino già compiuto, il Fondatore fece conoscere al Papa l’obiettivo della Congregazione: «cooperare al regno del Sacro Cuore di Gesù». Precisò inoltre al Papa i principali mezzi per realizzarlo. Anzitutto: «vivendo piamente in comunità e partecipando agli esercizi ordinari della vita religiosa»[4]. La nostra Regola di Vita lo esprime così:
La nostra professione dei consigli evangelici,
vissuta in comunità,
è la prima espressione della nostra vita apostolica,
poiché testimonia la presenza di Cristo
e annuncia il Regno di Dio che viene. (Cst 60)
Da questa prima disposizione nasce, nello spirito di amore e di riparazione, l’apostolato. Come scrisse P. Dehon al Papa, esso ha il suo punto di partenza nell’adorazione eucaristica, «fonte di grazie per la Congregazione e per tutte le sue opere»[5]. Ciò che, nelle parole della Regola di Vita, può essere espresso in questo modo:
Con la nostra celebrazione,
uniti a tutta la Chiesa
nella memoria e nella presenza del Signore,
accogliamo Colui che ci fa vivere insieme,
che ci consacra a Dio
e ci invia senza sosta sulle strade del mondo
al servizio del Vangelo. (Cst 82)
In questo modo, quando la vita e la missione sono centrate sull’offerta di Gesù al Padre e all’umanità, P. Dehon lascia intendere che l’esistenza rimane impregnata dello «spirito di carità e di compassione» che rende possibile la dedizione e l’attenzione verso gli altri e, in modo particolare, «alle opere sociali e alle missioni, dentro e fuori del paese».
Nonostante la debolezza dei suoi mezzi, nel momento in cui P. Dehon si rivolge al Papa, la Congregazione era già presente nel mondo industriale (Val de Bois) e impegnata in attività educative e sociali a Saint-Quentin (Francia), in Ecuador e nel nord del Brasile. Si pensava anche allora al modo di accompagnare gli emigranti. Nel frattempo, le case di formazione per i più giovani in Europa curavano la preparazione di «missionari e apostoli degli operai». Tutto questo che P. Dehon volle condividere con il Papa è riassunto, in qualche modo, nella nostra Regola di Vita con la seguente formulazione:
Seguendo Cristo, dobbiamo vivere
in una solidarietà effettiva con gli uomini.
Sensibili a tutto ciò che nel mondo attuale
pone ostacoli all’amore del Signore,
testimoniamo che lo sforzo umano,
per giungere alla pienezza del Regno,
ha bisogno di essere continuamente purificato
e trasfigurato dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo. (Cst 29)
Affinché questo avvenga, P. Dehon ci insegna con la sua testimonianza che, per realizzarlo, è necessario un arduo e costante lavoro di squadra. Di fatto, i «Leoni» fin qui menzionati – il Papa, Harmel e Dehon – sono figure concrete che vissero tra loro, non senza difficoltà e incomprensioni, una solida e feconda comunione. Ognuno di essi, secondo la propria vocazione e responsabilità, come consacrato o come laico, condivise la stessa passione: l’amore per il Vangelo e per la dignità umana.
Ma essi non furono, né sono, gli unici «Leoni» della storia. Ce ne sono altri. Molti altri, e troppo spesso di un altro tipo. Li conosci, certamente. Sono come quelli descritti dal salmista nel mezzo della sua angoscia:
Sono disteso a terra,
in mezzo ai leoni che divorano gli uomini;
i loro denti sono lance e frecce,
la loro lingua una spada affilata. (Sal 57,4)
Li riconosceva anche il profeta Ezechiele indicando il governante che aveva tradito la propria responsabilità verso il suo popolo:
Diventato ormai un leone,
andava e veniva tra i leoni.
Imparò a sbranare la preda
e divorava uomini.
Devastava i palazzi e distruggeva le città;
al suo ruggito tutto il paese tremava. (Ez 19,6-7)
Non usciamo dallo stupore e dal dolore crescente causato da tanti leoni sanguinari nei nostri tempi. Quando sembrava che si consolidassero – o forse ci illudevamo? – la forza della parola, il dialogo e l’intesa, migliaia di volti, lacrime e ferite ci risvegliano di fronte alla crudeltà dell’odio e della vendetta nascosti in droni e missili che non conoscono frontiere. Crescono l’egoismo e le mani che si chiudono per colpire. Si spengono le voci e si accendono le sirene.
In questo tempo di Giubileo dehoniano, nel quale siamo stati chiamati a rinnovarci dall’interno alla luce del nostro carisma, non inventiamoci leoni, come faceva quel pigro per giustificare la sua indifferenza: «Per non lavorare, il pigro dice: fuori c’è un leone che mi vuole uccidere» (Pr 22,13). Oggi, nelle strade, nei cammini e negli orizzonti in cui ci muoviamo, ci sono davvero delle fiere: identificale, dai loro un nome. Continuano a ferire la vita in molti modi. Ce n’erano ai tempi di Leone XIII, di Léon Harmel e di Léon Dehon. Ma nessuno di loro le ignorò; piuttosto, le affrontarono come meglio seppero.
Che la memoria di questi buoni amici, radicati nel Cuore che ci chiama e che ci vuole anche come suoi amici, e non come servi (cf. Gv 15,15), ci incoraggi a mantenere viva ed efficace la speranza e l’impegno verso i nostri fratelli e sorelle che stanno soffrendo tante lacerazioni. Per loro, per noi e per le vocazioni che Dio vorrà suscitare in mezzo al suo popolo, cresca il desiderio di lasciarci guidare da Colui che si è fatto servo di tutti:
Allora il lupo dimorerà con l’agnello,
il leopardo si sdraierà accanto al capretto,
il vitello e il leone pascoleranno insieme
e un piccolo fanciullo li guiderà. (Is 11,6)
Nel Cuore che ci unisce,
P. Carlos Luis Suárez Codorniú, scj – Superiore generale
e il suo Consiglio
[1] « Frères et amis de Jésus, fils et amis de Dieu notre Père, telle est notre belle vocation ». Léon Dehon, La vie intérieure, Bruxelles 1919 (VES 180). https://www.dehondocsoriginals.org/pubblicati/OSP/VES/OSP-VES-0005-0002-8060502?ch=180
[2] https://www.dehoniani.org/es/una-biografia-de-leon-harmel-un-companero-de-camino-del-p-dehon/
[3] 1LD 65900 https://www.dehondocsoriginals.org/pubblicati/COR/1LD/1895/COR-1LD-1895-0314-0065900
[4] «En vivant pieusement en communauté et en se livrant aux exercices ordinaires de la vie religieuse ». 1LD 65900, 1. https://dehondocsoriginals.org/pdf/COR-1LD-1895-0314-0065900.pdf
[5] « source de grâces pour la congrégation et pour toutes ses œuvres ». 1LD 65900, 1.
https://dehondocsoriginals.org/pdf/COR-1LD-1895-0314-0065900.pdf




