16 novembre 2020
16 nov 2020

Fratelli e sorelle tutti!

Il messaggio dell’enciclica è irrealistico e inverosimile come lo è il Vangelo. Tuttavia, è l’unica opzione possibile per ritrovare la nostra strada per il futuro.

di  John van den Hengel, scj

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Papa Francesco ha un suo modo per mandarci fuori strada. Lo ha fatto con Evangelii Gaudium. Lo ha fatto di nuovo qualche anno dopo con Laudato si’! E il 4 ottobre scorso, festa di san Francesco, ha continuato sulla stessa linea con Fratelli tutti! Come vescovo di Roma, papa Francesco ha prodotto un notevole repertorio di scritti e documenti con uno stile di scrittura che sicuramente segnerà i futuri documenti della Chiesa. Sono scomparse le lunghe e complicate encicliche dottrinali con il loro gergo tecnico. Le lettere di Papa Francesco non provengono dall’alto e non cercano di persuadere con la loro autorità; questi scritti hanno autorità perché cercano di convincere con le loro argomentazioni. E se l’argomentazione non è convincente, nessuno è tenuto a rispondere del fatto di non averla accettata, tranne forse in questa sua lettera rispetto alla questione della pena di morte e della guerra giusta.

Perché i dehoniani dovrebbero essere interessati a quest’ultima lettera? Fratelli tutti è l’ultimo degli scritti papali che rientrano nella categoria delle encicliche sociali. Padre Dehon ha assistito all’avvio di questa impresa sociale della Chiesa nel 1891. All’epoca, a causa del suo stretto legame con Leone XIII, accettò il mandato di “predicare” queste encicliche. Le questioni gli stavano a cuore. Due anni prima, nel 1889, aveva iniziato qualcosa di simile nei suoi scritti. Cercava di promuovere la missione sociale del Cuore di Gesù dando vita a Le règne du Sacré-Coeur, un periodico mensile. Credeva che nel contesto del liberalismo e dell’economia del laisser-faire del suo tempo ciò che mancava nella società francese era ciò che lui stesso aveva sperimentato dentro di sé attraverso l’amore del Cuore di Cristo. Nei suoi scritti si chiedeva cosa sarebbe successo se questo amore – che chiamava “amore puro” – fosse diventato il motore interno delle imprese politiche ed economiche del suo tempo.

In Fratelli tutti così come nell’enciclica sociale di papa Benedetto Caritas in veritate la questione centrale è la stessa. Cosa succede se gli uomini inseriscono l’amore – l’agape biblica – nelle loro relazioni sociali e nei loro incontri? Cosa accadrebbe alle relazioni economiche, sociali e politiche all’interno di una nazione o internazionali, se considerassimo la terra come appartenente a tutti allo stesso modo, se agissimo nei confronti di tutti gli abitanti della terra come nostre sorelle e nostri fratelli, se le relazioni tra gli esseri umani non fossero determinate dal potere economico e dal “diritto”, ma dall’amore. Papa Benedetto XVI aveva già esplorato il modo in cui avremmo potuto passare oltre la nozione di giustizia per includere la nozione di fraternità nei rapporti con gli altri. Aveva persino osato proporre che la società trarrebbe profitto, nelle sue relazioni sociali, se prendesse in considerazione la parola di Gesù: “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”, così da considerare la gratuità e la gratitudine come un metro di misura delle nostre relazioni sociali.

Questo è anche il compito che papa Francesco si è dato nell’ultima enciclica. Egli incoraggia tutta l’umanità a esplorare – l’enciclica è rivolta a tutti, non solo alla comunità cattolica – cosa significhi l’imperativo evangelico dell’amore per quello che il cardinale Czerny ha chiamato il “mondo sull’orlo del baratro”.  Molti potrebbero chiedersi: “Non è un po’ tardi, dal momento che la pandemia del coronavirus sta devastando la popolazione mondiale, che l’economia mondiale implode sotto il peso della disuguaglianza, l’ecologia è minacciata da questioni di abitabilità, e politicamente gli uomini sono sempre più divisi e incapaci di ascoltarsi l’un l’altro?”. È davvero un compito scoraggiante. Papa Francesco ci ha fornito un’immagine di questa missione quando, nel bel mezzo della pandemia, era da solo in piazza San Pietro a pregare e a benedire il mondo. Dietro di lui c’era la massiccia architettura di San Pietro, ma vuota. Il potere istituzionale sembrava spezzato, la struttura imperiale post-costantiniana spogliata della sua attrazione simbolica. In un momento di rottura dei rapporti di potere umano, è il momento di ripartire da zero? Ce lo domandiamo tutti: Non è troppo tardi?

Marcello Neri nel suo Giustizia della Misericordia (2016) ha concluso che con il pontificato di Francesco nel 2013 sembra essere stata inaugurata una nuova era nella Chiesa. L’ha definita la fine della Chiesa come realtà separata. Ha posto fine a ciò che ha definito “un’occupazione cattolica dello spazio pubblico”.  Questa volta, con la pandemia che ci perseguita da tutte le parti, sembra la fine di un’era. Papa Francesco ci mette in guardia: “Non pensate nemmeno di cercare di tornare a un’epoca precedente al COVID 19”. Se uno vuole tornare indietro, ci consiglia, allora torni al Vangelo, alla gioia del Vangelo e lasci perdere tutto il superfluo che è stato accumulato. Usiamo questo tempo per ripensare a come ci prendiamo cura l’uno dell’altro economicamente, a come viviamo insieme politicamente, a come impariamo ad accoglierci l’un l’altro, a come impariamo a parlare “caritatevolmente” l’un l’altro per renderci vicini come ha fatto il buon samaritano.

Il messaggio dell’enciclica è irrealistico e inverosimile come lo è il Vangelo. Tuttavia, è l’unica opzione possibile per ritrovare la nostra strada per il futuro.

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