01 settembre 2016
01 set 2016

ITS – Settimana dehoniana: una storia che non c’è

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L’idea che si possa parlare di patrimonio iconografico presuppone l’ipotesi che esista la volontà di trasmettere un insieme coerente di immagini a cui nel tempo si possa dare un valore di un certo tipo: culturale, decorativo, teologico. Per quanto riguarda l’insieme delle immagini presenti nelle nostre case relative al Sacro Cuore, pare davvero molto difficile parlare di patrimonio, vista la relativa povertà di numero e di qualità, salvo qualche rarissima eccezione di cui diremo. Perché nelle nostre case si è diffusa un’ iconografia spesso ripetitiva e che rispondesse all’unica esigenza di occupare spazi e fornire qualche labile sostegno alle funzioni liturgiche? Se prendiamo il caso delle fondazioni di Albino e Bologna, possiamo facilmente rispondere che l’esigenza primaria fosse quella di fornire le case di formazione di immagini chiare e immediatamente spendibili nel sostegno alla formazione spirituale dei candidati all’ingresso in Congregazione (fig.1-2).

Ci troviamo infatti in un periodo, la prima metà del ’900, in cui, ormai, l’iconografia classica del Sacro Cuore, quella diffusa in ambito gesuitico a partire dall’esemplare esecuzione batoniana della chiesa del Gesù del 1767 (fig. 3), ha decisamente virato verso la forma dell’incoronazione del Sacro Cuore, slittamento documentato dall’istituzione della solennità di Cristo Re nel 1925. Di questa sovrapposizione sentiremo sicuramente parlare nelle prossime relazioni, certo è che dal punto di vista dell’immaginario iconografico ha costituito un passaggio decisivo dalla riproduzione descrittiva dell’immagine del Sacro Cuore, secondo le indicazioni contenute nelle rivelazioni di S. Margherita Maria Alacoque, ad un’interpretazione in chiave sociale e politica: slittamento avvenuto in maniera quasi impercettibile e recepito a livello iconografico come ovvia conseguenza dell’utilizzo della devozione al Sacro Cuore in chiave antimodernista. La pala posta nell’abside della cappella dello Studentato di Bologna del pittore polacco Cichon (fig. 4), documenta con chiarezza questo passaggio: se nel quadro di Batoni, prevale l’idea del cuore che, avvinto dalle spine del peccato, viene offerto e continua ad ardere per la salvezza del mondo, nell’opera bolognese vediamo che la corona di spine è tornata sulla testa del Signore Gesù che ci viene presentato appunto come un re in trono, al quale porre l’omaggio dell’adorazione. Scettro e corona li troviamo posti ai suoi piedi e presentati dalle mani di alcuni angeli in devota preghiera. Il cuore non viene più offerto, viene semplicemente messo in mostra, come se si aprisse un sipario e si offrisse la possibilità di una visione, quella di fare breccia nel mistero della profondità di Dio. L’atteggiamento di devota adorazione suggerito dagli angeli diventa misura di ciò che viene richiesto ai chierici in formazione e a dei veri Sacerdoti del Sacro Cuore: la volontà di riconoscere l’unica regalità possibile, quella del Signore Gesù, e la sua volontà di manifestarsi nell’eucaristia, non a caso la pala è posta in diretta continuità con l’apparato architettonico dell’altare e del ciborio. Lo stile volutamente arcaizzante, fa il verso al mondo medioevale, in un sincretismo abbastanza paradossale tra l’arte bizantina e stilemi gotici, nel tentativo di ripescare direttamente in quel mondo un’idea di regalità immediatamente ricollegabile alla sfera del divino. Accettare la piena regalità del Signore Gesù sul mondo della propria interiorità apre alla possibilità della costruzione di una società in cui possa regnare Dio. Siamo all’interno di un discorso spirituale, principalmente rivolto a chi sta facendo la scelta di consacrare interamente la propria vita a Dio, discorso che necessita di essere chiarito in maniera più evidente quando sia rivolto in modo più generico all’intero popolo di Dio.

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