01 settembre 2016
01 set 2016

Settimana dehoniana: introduzione

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Settimana dehoniana di formazione
Devozione al Sacro Cuore: fra storia, immagini e futuro
Albino (BG) 29 agosto 2016

Sono tre i fulcri attorno a cui ruoteranno le riflessioni e le discussioni di questa settimana. Il primo riguarda la devozione al Sacro Cuore nel nostro patrimonio di provincia e di congregazione; il secondo sulla devozione, sull’atteggiamento devoto della vita cristiana; il terzo sul possibile futuro della devozione al Sacro Cuore e sul nostro compito in merito.

1. La devozione al cuore di Gesù ha progressivamente connotato i secoli dal ’700 in poi ed è diventata fino a metà del ’900 una delle più importanti del popolo cristiano. Forse la più diffusa e praticata dopo quella mariana. Abbiamo tuttavia assistito a un rapido e sorprendente collasso: sia sul versante della plausibilità spirituale sia, soprattutto, della pratica personale e familiare. È molto difficile trovare oggi chi chieda informazioni sulla pratica dei primi nove venerdì del mese. Perché dovrebbe farlo? Uno degli elementi importanti di quella tradizione fu, ad esempio, l’accostamento alla comunione eucaristica con ritmi e forme assai più intense della pratica comune. Ma dopo la spinta di Pio X alla comunione frequente e soprattutto dopo tutta la rielaborazione liturgica e teologica del Vaticano II cosa può aggiungere la pratica dei nove venerdì? Noi stessi, a parte qualche doveroso approfondimento teologico e personale siamo stati sempre più restii ad affrontare direttamente il tema della devozione al Sacro Cuore, fino, forse, ad essere vittime di un pregiudizio ampiamente diffuso, quello cioè della scomparsa o della semplice residualità della devozione. Al contrario, essa è presente e continua, seppur in forme minoritarie, ad alimentare la vita spirituale di molti. Potrebbe anche succedere che essa prenda un qualche vigore senza che ce ne avvediamo. Del resto la devozione al Gesù Misericordia di suor Kowalska è davanti a noi, assai prossima nelle sue intuizioni spirituali e anche nella sua iconografia.

Il secondo fulcro è più arretrato, ma non meno riconoscibile; riguarda la devozione in generale. I ripetuti ammonimenti dal versante della teologia, della spiritualità e del ministero circa forme devozionali ambigue se non pericolose, ostacolo e non strumento per entrare nel sacramento e nella Scrittura, non dovrebbe oscurare il fatto che la forma devota del credere è essenziale alla fede. Essa non è assenso a verità astratte, ma con-senso alla sequela. Credo che la crisi della devozione dica assai di più della semplice difficoltà di alcuni devoti, che essa denunci elementi di fragilità importanti per i nostri giorni. In altri termini, il postconcilio si trova oggi di fronte a un passaggio di recezione. Le intuizioni straordinarie del Vaticano II potrebbero non avere un futuro se esse non si sposano con la devozione, cioè con una pratica della liturgia (mistagogia) e della Scrittura (lectio divina) che abbia le caratteristiche della devozione, di una pratica della fede semplificata, amata e coltivata nella vita quotidiana dei fedeli del popolo di Dio.

Il terzo fulcro si potrebbe titolare: la devozione dopo la devozione. Quale compito di ci è dato per trasmettere i dati essenziali del dono carismatico di cui siamo eredi e alimentatori? Sia come servizio alla Chiesa sia come aiuto alla congregazione nel suo progressivo dislocarsi oltre i confini dell’Europa. Il riferimento al magistero di papa Francesco è illuminante. Leggere i suoi testi (Evangelii gaudium, Laudato si’, Amoris lætitia ecc.), seguire i suoi viaggi, apprezzare i suoi gesti ci conforta di una ripresa piena dell’orientamento conciliare sulla riforma ecclesiale. Ma Francesco non si sottrae a elementi devoti come l’attaccamento mariano alla «morenita» e alla «salus populi romani», la pubblicità del volume di Kasper sulla misericordia (Queriniana) e l’invito ad acquistare la «misericordina» (il «tamagoci» della preghiera litanica a Gesù misericordia). È utile leggere la lettera alla Commissione per l’America Latina (e ancora più il testo a braccio originale) con la dura polemica sul clericalismo delle Chiese interessate. Esse non hanno trovato la via per il riconoscimento al laicato della propria dignità di credenti costringendo il popolo di Dio a difendere i propri spazi soltanto nei confini delle devozioni nella religiosità popolare, senza una valorizzazione effettiva nell’ambito della forma ecclesiae.

La centralità delle misericordia nella lettura e nella proposta dell’Abbà di Gesù eredita una grande corrente biblica di padre – alleato – amante di Dio così come il testo biblico ce lo presenta. Archivia – ma il termine è forse eccessivo – la difficile declinazione di giustizia e misericordia, con il tentativo sempre reiterato di collocare il Dio giudice accanto e sopra il Dio dell’amore. E la conseguente difficoltà di «gestire» un Dio di amore all’interno del pensare teologico e filosofico della tradizione occidentale. Che la misericordia «contenga» la giustizia appartiene alla tradizione del Sacro Cuore e quindi al nostro dono carismatico.

Quanto alla responsabilità per la congregazione mi limito, per ora, alla citazione nota e suggestiva di K. Rahner: «La sensazione di poter semplicemente lasciarci alle spalle questo passato della nostra Chiesa come una formula vuota – cosa che, data l’ignavia dei nostri cuori, siamo sin troppo tentati di fare – non prova ancora che lo possiamo fare lecitamente davanti a Dio e davanti alla nostra responsabilità per la continuità della storia della Chiesa. Una sensazione del genere dovrebbe piuttosto riempirci di paura; dovremmo domandarci se un simile stanco lasciarsi ricadere in una primitività spirituale, che si richiama erroneamente ai tempi antichi, allorché non esisteva alcuna devozione al Cuore di Gesù, non sia appunto qualcosa che può e deve essere superato con decisione e con speranza sul piano spirituale. Dovremmo domandarci se – qualora il passato non debba diventare anche il nostro giudizio – a noi non sia riservata una nuova conoscenza dell’essenza di questa devozione e un suo nuovo esercizio. Non tutto quello che oggi ci affascina come una plausibilità indiscutibile, e viene smerciato e comprato dappertutto così, è sempre solo ciò che rende grandi e santi davanti a Dio e per il futuro della Chiesa. Questo può anche racchiudere tanti elementi pazientemente e faticosamente imparati» (Rahner K., «La devozione al Sacro Cuore oggi», in Nuovi saggi teologici, vol X, Paoline Milano 1986, pp. 408-9).

2. La struttura di queste giornate è per lo più affidata alle nostre relazioni fraterne e alla preghiera che le tesse e le alimenta. Ma, limitandomi, al dato comunicativo e riflessivo, metterei in evidenza quattro filoni.

Il primo filone è relativo alla nostra tradizione. Privilegiando in questa due elementi, forse poco considerati. Il primo è il patrimonio iconografico sul Sacro Cuore presente nelle nostre comunità. Non credo vi siano cose straordinarie, ma ci è parso utile farne una sorta di memoria complessiva anche per ché la dismissione delle case non diventi una dismissione della memoria. È quanto è stato chiesto ad Antonio Viola. Accanto alle immagini, nel passato più recente, vi è stato il rinnovamento del libro delle preghiere. Forse sottovalutiamo lo scavo che la nostra specifica dimensione orante rappresenta per la vita spirituale di ciascuno e per la sua efficacia pubblica. Ne parleranno T. Benini e F. Duci.

Il secondo filone è quello delle immagini e dell’arte. Oltre alla nostra specifica tradizione, vi è una creatività spirituale e teologica dell’arte che è sempre più riconosciuta nell’ambito di una teologia estetica che riprende la corporeità di Gesù e la «cosalità» dei sacramenti, ben oltre la stanca deriva estetizzante dei nostri tempi. Anche dentro l’arte contemporanea che spesso interpreta meglio della forma discorsiva lo smarrimento, l’angoscia e le domande del presente. Ne parleranno don Giuliano Zanchi, p. Francois Boespflug (uno dei massimi ricercatori in merito) ed Emanuela Fogliadini che ha scritto un bel volume per le EDB sul tema.

Il terzo filone è quello della storia della devozione al Sacro Cuore. La riconciliazione e il giudizio con e sulla modernità della Gaudium et spes hanno alle loro spalle il riconoscimento della responsabilità indotto nella Chiesa dalla devozione. Essa infatti ha operato il passaggio dalla «scuola della disperazione» rispetto alle violenze e ingiustizie della storia alla «corrente della speranza» che ha progressivamente permesso alla Chiesa uno sguardo positivo sulla storia e sul futuro. Il Sacro Cuore era sulle insegne dei Vandeani contro la rivoluzione francese e dei Tirolesi contro francesi e bavaresi, ma esso divenne rapidamente non solo il riferimento degli intransigenti, ma anche dei cattolici liberali e dei nascenti cattolici democratici. Ne parlerà con la competenza dello storico che gli viene riconosciuta il prof. Daniele Menozzi.

Il quarto filone è quello della teologia dell’Oriente cristiano. Dopo l’esposizione per decenni al soffio della teologia protestante – oggi si fa fatica a farne e meno. Lo diciamo con riconoscenza all’avvicinarsi dei 500 anni della Riforma – appare sempre più urgente l’attenzione alla teologia dell’Oriente e alla vita spirituale di quelle Chiese. Il recente grande e santo sinodo, nonostante i suoi limiti e contraddizioni, è un riferimento da tenere presente. L’Oriente denuncia la sempre maggiore distanza dall’Occidente dalla sua originale radice personalistica e umanistica. Il naturalismo, lo storicismo, l’empirismo, il pragmatismo ecc. hanno esasperato gli specialisti,ma hanno smarrito l’idea dell’insieme e dell’unità integrale della conoscenza e della persona. Abbiamo bisogno di un’antropologia che dica la relazione sostanziale fra corpo, anima e spirito, frutto di una esperienza ascetica, tesa al riconoscimento del peccato e alla realizzazione della persona fino a scorgere la sua partecipazione alla natura divina. Di quanto l’immagine e il riferimento al Cuore diventi centrale nel patrimonio orientale ce ne parlerà il prof. Natalino Valentini.

3. Riprendere il tema della devozione non è una nostalgia archeologica nel momento in cui la nostre forze diminuiscono e il futuro si presenta difficile, ma piuttosto riprendere la persuasione profonda di Dehon: la necessità della devozione al Sacro Cuore per salvare la qualità affettiva della fede e la dimensione centrale della misericordia in Dio. Nel momento in cui cominciava la parabola discendente della devozione e il contesto originale, cioè l’Europa, archivia sia la natura che la cultura come aperture al rapporto col divino («la morte di Dio»), il nostro patrimonio devozionale permette l’immediata declinazione della scelta dei poveri con una spiritualità evangelica dell’amore misericordioso. È ad un tempo un servizio alla Chiese e alla dislocazione mondiale della congregazione. La originale disponibilità del carisma ad ogni servizio pastorale e ad ogni clima culturale enfatizza il nostro compito italiano ed europeo per intuire e riconoscere nelle altre culture gli elementi originali e propri compatibili e alimentanti il nostro deposito carismatico.

Riprendo l’intuizione contenuta nel testo di Marcello Neri, Giustizia della misericordia. Europa, cristianesimo e spiritualità dehoniana, (EDB, Bologna 2016) che fissa, a mo di provocazione, un percorso: la conoscenza dei nodi della devozione nel contesto plurale e secolarizzato che gli e ci è proprio (Europa); il funzionamento dei codici fondamentali della fede in Dehon alla prova della mondializzazione del carisma; la sua migrazione altrove non sulla base di esportazione, ma come originario riconoscimento degli elementi custoditi dalle culture di appartenenza capaci di «ridire» la fede fiduciale; dopo «un lungo tempo di coltivazione di queste affinità si potrà e si dovrà interrogare su come questo appaiamento e interconnessione di mondi così diversi tra di loro possa ricadere positivamente su un ampliamento e riconfigurazione della spiritualità dehoniana in epoca di globalizzazione» (p. 110).

A ridosso dell’anno della vita consacrata ci sembra essere una operazione spirituale coerente. Che il Signore dell’amore e lo Spirito della creatività ci accompagnino nella riscoperta della misericordia del Padre.

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