02 luglio 2021
02 lug 2021

La nostra vita spirituale (III)Iniziati alla Buona Novella di Gesù Cristo

Presentazione a puntate della “Guida di lettura” delle Costituzioni, scritta da p. Albert Bourgeois.

di  P. Albert Bourgeois, scj

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“… Iniziati alla Buona Novella di Gesù Cristo…
siamo invitati a scoprire sempre più la persona di Cristo
e il mistero del suo Cuore” (nn. 9.17)

1. “La nostra esperienza di Fede”

143  Come per “la grazia e missione” di p. Dehon (nn. 1-8), anche noi siamo invitati a partire dalla nostra “esperienza di fede” per riconoscere i tratti caratteristici della vita spirituale SCJ, per discernerne le articolazioni o “linee principali”. In questo senso, il secondo capitolo delle Costituzioni nel suo insieme (nn. 9-85), introduce e in qualche modo esige il sottotitolo del n. 9: “La nostra esperienza di fede”. L’analisi globale l’abbiamo presentata nel cap. I al n. 3.1. e più specificamente per l’insieme dei nn. 1-39 (Vita religiosa SCJ nel cap. I al n. 3.2. La nostra fedeltà (fidelitas) deriva dalla nostra esperienza di fede (fides) il suo contenuto e, possiamo dire, la sua dinamica.

144  Come già abbiamo rilevato, l’analisi letteraria può aiutare la lettura e la riflessione, ma, come ogni analisi, tradisce alla fine la realtà e lo stesso testo.

145  La realtà: perché l’analisi letteraria sembra porre una distinzione logica, e quindi cronologica o essenziale, fra l’esperienza cristiana in genere da una parte (“Con tutti i nostri fratelli cristiani”: nn. 9.13) e l’esperienza dehoniana dall’altra (nn. 16ss), come se quest’ultima non fosse in germe nell’esperienza cristiana, ma si presentasse come una specie di escrescenza. E ancora, fra “la vita spirituale” (nn. 16-25) e la “missione apostolica” (nn. 26-39), sembra esista una dicotomia, di cui subodoriamo la traccia nella formulazione del n. 16 “Chiamati a servire la Chiesa… la nostra risposta suppone una vita spirituale”.

146  Ma l’analisi tradisce anche lo stesso testo ove, al primo colpo d’occhio, si riconosce come dall’inizio alla fine, quello che è descritto, non è una vita spirituale al servizio di una missione, ma è una vita spirituale-apostolica, in una “consacrazione”, che ha già in se stessa “una reale fecondità apostolica” (n. 27). Questo termine consacrazione, oltre alla sua portata “carismatica”, significa pure la consumazione e il compimento dell’esperienza spirituale. La nostra esperienza dehoniana, in germe nella nostra esperienza cristiana, si compie nel servizio stesso della sua missione.

147  Il n. 9 merita di essere meditato attentamente. Esso ha una sua densità:

–   con le due citazioni che l’inquadrano e il cui accostamento non è fortuito (1Gv 4,16 e 1Cor 12,3);

–   con il breve sviluppo centrale, culminante nell’espressione: “per seguire Cristo” e dove si nota: il richiamo alle “tre virtù teologali” nella loro interdipendenza; con l’espressione del “radicalismo” evangelico, che si ritroverà ai nn. 13-14, riguardo alla nostra “vocazione religiosa”; con l’evocazione delle “sfide del mondo”, alle quali farà eco, nello sviluppo, ciò che sarà detto ai nn. 35-39, riguardo “agli appelli del mondo”.

148  Sono state già notate qui, come ai nn. 16 e 26, i tre grandi riferimenti al mistero di Cristo, a quello della Chiesa e all’azione dello Spirito (cf. cap. I, n. 3.2.2.).

149  Rileviamo anche il movimento del testo caratterizzato dall’indicazione dei tre “momenti” dell’esperienza di fede: “Iniziati… noi abbiamo creduto… noi confessiamo” (n. 9), con la breve ma significativa allusione alla necessità di rafforzare e di “affermare” la fede ricevuta (cf. Rm 10,8-10). Questa esperienza di fede è ben concepita e presentata nella prospettiva di una vita religiosa apostolica.

150  Infine, a questo riferimento alla nostra iniziazione battesimale ed ecclesiale è esplicitamente accostata la nostra stessa vocazione religiosa, “radicata nel battesimo e nella cresima” (n. 13), come “un dono particolare in vista della gloria di Dio e per testimoniare il primato del suo Regno” (n. 13), per pervenire a quella santità, mediante la carità perfetta, che è la vocazione universale di tutti i battezzati. L’espressione: “Con tutti i nostri fratelli cristiani” (nn. 9 e 13) lo sottolinea con chiarezza. Ivi ritroviamo uno di quei principi evangelici e teologici della vita religiosa ricordati dal Concilio (cf. LG 44 e PC 5) e che la Ecclesiae Sanctae domandava di mettere bene in luce nella revisione delle Costituzioni: “Principia evangelica et theologica de vita religiosa ejusque unione cum Ecclesia” (I principi evangelici e teologici della vita religiosa e dell’unione di questa con la Chiesa, II, pars I, art. 12,a).

2. Le linee fondamentali della nostra vita spirituale

151  La descrizione dell’esperienza e della vita dehoniana si sviluppa lungo tutto il testo secondo tre grandi linee principali, che si ritrovano in ognuna delle suddivisioni di cui abbiamo rilevato il parallelismo (cf. cap. I, n. 3.2.3.):

–   nella scoperta e nell’avvicinamento alla persona di Cristo, al suo mistero e alla sua missione, soprattutto attraverso il mistero del Costato aperto e del Cuore trafitto: nn. 2-3… 10-12/19-21;

–   una vita di adesione e di unione nella carità, specialmente l’esperienza della presenza attiva di Cristo, vissuta nell’unione alla sua oblazione riparatrice, come principio e centro della nostra vita: nn. 4-5… 13-14/17-18/22-24;

–   e una testimonianza profetica per l’istaurazione del suo Regno nelle anime e nella società, al servizio della missione salvatrice del Popolo di Dio nel mondo d’oggi, nn. 6-7/67… 26-29.

2.1. Un avvicinamento comune al mistero di Cristo

152  “Iniziati alla Buona Novella di Gesù Cristo…” (n. 9).

153  In riferimento a Mc 1,1 comprendiamo questa “Buona Novella di Gesù Cristo” nel senso (sovraesegetico!) della Buona Novella: il Vangelo è Gesù Cristo. Siamo iniziati, non solo al suo insegnamento e alla sua dottrina, ma alla sua Persona. Questo “Vangelo” è la “norma ultima” della vita cristiana e, per un titolo particolare, della vita religiosa (cf. PC 2). Abbiamo “imparato a conoscere il Cristo” (Ef 4,20), siamo suoi discepoli (manthànein – mathétès). Questa “iniziazione” non è una semplice informazione, ma è un’“in-formazione” mediante la “forma” stessa di Gesù Cristo.

2.1.1. I nomi di Cristo

154  In tutto il testo, la Persona e la presenza di Cristo costituiscono un polo di riferimento privilegiato:

–   all’inizio e alla fine, come una specie di grande cornice, al n. 9: “Iniziati alla Buona Novella di Gesù Cristo…” e al n. 39: “… impegnandoci senza riserve per l’avvento di un’umanità nuova in Gesù Cristo”;

–   in tutto il testo, il nome di Cristo, sotto diverse forme, ritorna quasi 40 volte (in 30 numeri). A partire da questi “nomi di Cristo” si delinea un abbozzo di cristologia (cf. il famoso capolavoro di Luigi di Leon (1528-1591): “I nomi di Cristo”, opera in tre volumi edita nel 1587, ove sono meditati 14 nomi…).

155  Praticamente, il riferimento a Cristo o meglio la sua presenza è al principio, al centro, alla fine del testo, è sullo sfondo di ogni paragrafo e della maggior parte delle frasi: è “il principio e il centro della nostra vita” (n. 17); “il suo cammino è il nostro cammino” (n. 12), per donarci “con il Cristo e come il Cristo” (n. 21), per vivere, alla sua sequela, in una solidarietà effettiva con gli uomini (cf. n. 22), “per l’avvento di una umanità nuova in Gesù Cristo” (n. 39). “Per noi egli è il Primo e l’Ultimo, il Vivente” (n. 12); è “l’unico necessario” (n. 26).

156  In questo senso, confrontandolo col testo del 1973, quello del 1979 è, in qualche maniera, ancor più significativo e unificato. Il cambiamento del piano, con lo spostamento dei numeri su “Le attese del mondo”, ha accentuato il rapporto unico della nostra vocazione e della nostra vita con la Persona e la missione di Cristo. Da questo stesso rapporto, il nostro sguardo sul mondo, la nostra attenzione ai suoi appelli e alle sue attese, assumono più chiaramente il loro senso, la loro luce e il loro contenuto. Nel Cuore stesso di Cristo, più ancora che dalla costatazione dei bisogni del mondo, ha origine la nostra vocazione religiosa e la nostra oblazione assume tutta la sua portata apostolica e riparatrice.

157  Tutto questo è in armonia, “corrisponde” all’esperienza e all’intenzione di p. Dehon; è in armonia con la natura stessa della vocazione e della vita religiosa.

2.1.2. Due testi: nn. 10-12 – “Novello Adamo”; nn. 1921 – “Cuore dell’umanità e del mondo”

158  Due testi importanti descrivono brevemente il nostro “modo comune di accostarci al mistero di Cristo” (n. 16) e alla sua Persona, in una scoperta progressiva. “Siamo invitati a scoprire sempre più la persona di Cristo e il mistero del suo Cuore” (n. 17):

–   un primo avvicinamento è in quell’esperienza di fede che facciamo “con tutti i nostri fratelli cristiani” (n. 13) (cf. nn. 10-13);

–   e poi con “un’attenzione particolare” (n. 16) a ciò che corrisponde all’esperienza di p. Dehon, nel quale il riferimento al Costato aperto del Crocefisso determina il suo angolo di vista riguardo al mistero di Cristo (cf. nn. 19-21).

159  Due testi successivi dunque, ognuno dei quali è ben situato nel suo contesto immediato e nello sviluppo logico delle Costituzioni. Non sono due accostamenti diversi e paralleli, ma l’approfondimento di un’unica contemplazione.

160  I Vangeli sono stati scritti come delle testimonianze. Testimoniano l’accostamento e la contemplazione della vita e della morte di Gesù che erano propri della comunità cristiana (e degli evangelisti, ognuno nella sua tipica maniera), alla luce della Risurrezione, sotto la guida dello Spirito. Anche noi, in qualche modo, pedagogicamente, siamo invitati a fare un simile passo. Una via di “accostamento comune” ci è indicata: l’evento e il mistero del Costato aperto; la via che l’Evangelista ci indica, ricordando la profezia di Zaccaria: “Videbunt in quem transfixerunt…” “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). La contemplazione del Costato aperto, quale via di approccio al mistero di Cristo, come per p. Dehon così a noi è proposta come la via privilegiata e preferita per una scoperta progressiva e “dehoniana” della Persona di Cristo e per una vita spirituale tipica dei Sacerdoti del Sacro Cuore.

161  Questi due testi meritano un’analisi dettagliata e una meditazione attenta:

–   del loro movimento parallelo dall’inizio alla fine;

–   della presentazione che vi è fatta della missione di Cristo, della sua presenza e della sua azione attuale, di quello che egli è per noi e per la nostra vita.

162  Sia il vocabolario che l’uso dei tempi hanno un loro interesse, come pure l’osservare che il secondo testo non è una semplice ripetizione del primo testo.

 

163  A. “Nuovo Adamo” (n. 10)

164  Nei nn. 10-12 rileviamo, come più particolarmente interessanti per la nostra vita spirituale SCJ, tre espressioni:

–   “nell’obbedienza al Padre” (n. 10);

–   al servizio del Regno (cf. nn. 10-11),

–   mediante “la sua solidarietà (di Cristo) con gli uomini” (n. 10).

 

165  “Nell’obbedienza al Padre” (n. 10)

166  Questa è la chiave d’interpretazione dei misteri della vita di Cristo, di ognuno dei suoi atti, della sua missione.

167  Secondo s. Giovanni, con questa obbedienza, la Persona del Verbo si rivela come “volta verso il Padre” (Gv 1,1); il Figlio si rivela come “Servo” fino al grande grido dell’abbandono supremo sulla Croce (cf. Mc 15,34). Il vangelo di Giovanni è costellato di riferimenti alla volontà del Padre, della quale l’inno famoso di Paolo nella lettera ai Filippesi (2,6-11) ci offre un’espressione commovente.

 

168  Al servizio del Regno

169  “Il suo servizio per le moltitudini” (n. 10). La nozione e la realtà del “Regno” domina la prospettiva sinottica (e anche apocalittica) del mistero di Gesù. È un riferimento e un filo conduttore da seguire in tutto il testo delle Costituzioni riguardo a svariati temi (cf. nn. 13, 29, 37-38, 41-43, 48, 54, 60…).

170  Il testo moltiplica le espressioni: un mondo nuovo, quello della libertà dei figli di Dio, dell’uomo nuovo nella giustizia e nella santità della verità. Queste parole: libertà, giustizia, santità, verità costituiscono il contenuto della “redenzione” e ognuno di questi termini è denso di significato nella Scrittura e nella tradizione teologica e spirituale. Li si ritrova ai nn. 35-39 riguardo alle “attese del mondo” e alle “aspirazioni dei nostri contemporanei” (n. 37), che noi partecipiamo e riferiamo “alla venuta del Regno che Dio ha promesso e realizzato nel suo Figlio” (n. 37); ed è al di là di queste “attese” che il Regno troverà il suo compimento (cf. n. 10). Rileviamo anche la “cronologia” di questo Regno: annunciato; già in germe; il Cristo già all’opera e presente in mezzo a noi; la redenzione già presente… e tuttavia ancora attesa come possibile e offerta. Questa “cronologia” è il luogo stesso della nostra vita spirituale, apostolica secondo la prospettiva aperta dalle due citazioni dalla lettera ai Romani: 8,22-23 e dalla prima lettera ai Corinzi: 15,28 (cf. n. 10).

171  Mediante “la solidarietà con gli uomini” (n. 10)

172  Questa solidarietà è la legge stessa dell’incarnazione e di tutta la vita “alla sequela di Cristo”.

173  Questa parola “solidarietà” è pure da seguire nell’insieme del testo (cf. i nn. 10 e 29 per la solidarietà di Cristo e i nn. 22 e 29 per la nostra personale solidarietà).

174  L’espressione è qui, al n. 10, particolarmente significativa: “Nella sua solidarietà (quella di Cristo) con gli uomini, quale nuovo Adamo, Egli ha rivelato l’amore di Dio” (n. 10). Così, secondo la prima lettera di Giovanni (4,7-16), amandoci gli uni gli altri, testimoniano l’amore che Dio ha avuto per noi e che Dio è amore. Ritorneremo su questo testo riguardo al significato della nostra oblazione e della teologia dell’agape dalla quale deriva. Se la nostra oblazione e un’unione alla oblazione di Cristo (cf. nn. 6 e 17), questa solidarietà di Cristo con gli uomini la interessa profondamente.

175  In questo primo importante testo delle nostre Costituzioni, per il nostro “avvicinamento” al mistero di Cristo è messa in evidenza la figura di Cristo “Servo” (cf. n. 10): Cristo che vive il suo amore verso il Padre nel suo servizio di amore per gli uomini; che ci rivela l’amore del Padre vivendo con noi. In Cristo il Padre ci manifesta il suo amore.

176  La contemplazione dei misteri di Cristo, l’esercizio dell’unione a Cristo nei suoi misteri (cf. n. 77) assumono così tutto il loro significato, in una prospettiva che non è solo di perfezione e d’imitazione, ma di unione al mistero e di partecipazione effettiva alla missione stessa di Cristo: “Il suo cammino è il nostro cammino” (n. 12). Un “esercizio” che, secondo le più diverse modalità, riguarda l’essenza, il fondamento e anche la struttura della vita spirituale cristiana e, a maggior ragione, della “nostra vita spirituale SCJ”.

177  Questo “avvicinamento” è già presente nel n. 2, quando si parla dell’esperienza di fede di p. Dehon, “nella fede al Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). La formula della nostra confessione di fede al n. 9, ci orienta nello stesso senso: “Confessiamo nello Spirito il Cristo Signore, nel quale il Padre ci ha rivelato il suo amore e che resta presente al nostro mondo per salvarlo”. Di questo amore del Padre, rivelato e sempre operante nell’amore di Cristo, per noi come per p. Dehon, l’espressione più evocatrice è il suo Costato aperto.

 

178  B. “Cuore dell’umanità e del mondo” (n. 19)

179  Il secondo testo cristologico (cf. nn. 19-21), nel suo insieme e nel suo movimento generale, è parallelo al primo testo cristologico (cf. nn. 10- 12):

–   la missione di Cristo (nn. 10 e 19),

–   la sua presenza e la sua azione attuale (nn. 11 e 20);

–   ciò che egli è per noi e per la nostra vita (nn. 12 e 21).

180  Nei due testi è presente una specie di panorama del disegno redentore, dell’economia della salvezza, come dicevano i Padri, che è almeno abbozzato, con delle sfumature e differenze d’accento. Il secondo testo non è evidentemente un semplice duplicato del primo testo.

181  Nei nn. 10-12 il Cristo è praticamente il soggetto di tutte le frasi: è l’attore obbediente…

182  Nei nn. 19-21, il soggetto nella vita e nella missione di Cristo è prima di tutti il Padre (difatti i verbi del n. 19 sono tutti al passato). L’azione di Cristo al contrario, nei nn. 20-21, è tutta presentata al presente. Una presentazione più “sinottica” nei nn. 10-12, più giovannea” nei nn. 19-21, ove, per riprendere le formule dei nostri teologi, è presente la duplice prospettiva complementare di una “cristologia dal basso” e di una “cristologia dall’alto”. Soprattutto il secondo testo, centrato sulla presenza attuale e attiva di Cristo: “Cuore dell’umanità e del mondo” (n. 19) sviluppa l’affermazione del n. 11: “Cristo… è già all’opera con la sua presenza in mezzo a noi. Il simbolo del “cuore” caratterizza questa presenza. Questo Regno di cui Cristo è il Cuore: è un Regno d’amore, la cui legge di salvezza è l’amore che rigenera, ricrea, riunisce, “ricapitola”, “secondo il disegno d’amore del Padre” (cf. nn. 19-20).

183  Si rileva facilmente come il termine “amore” ritorna sei volte nei nn. 19-21 contro una sola volta nei nn. 10-12. I due testi sono evidentemente sotto il segno dell’amore di Dio rivelato in Gesù Cristo” (n. 10), ma, soprattutto nel secondo testo, riscontriamo un avvicinamento e un’attenzione particolari” all’amore o almeno un rilievo chiaramente accentuato. Questo avvicinamento trova la sua via nella contemplazione del Cuore trafitto”, per una devozione al Cuore di Cristo pienamente integrata nel mistero stesso del Cristo, nel “movimento del suo amore redentore” (n. 21).

184  L’immagine e l’espressione: “Cuore dell’umanità e del mondo” (n. 19) (di sapore abbastanza teilhardiano) è una ripetizione, senza contraddirla ma per meglio spiegarla, dell’immagine del “Capo”, e delle membra cara a s. Paolo (cf. lettere ai Colossesi e agli Efesini). L’immagine del “cuore” è qui strettamente legata alla risurrezione e alla signoria di Cristo: un Regno d’amore per l’“amorizzazione” del mondo, direbbe p. Teilhard de Chardin, “fonte dello schiudersi delle persone e delle comunità, che troverà la sua piena manifestazione e la sua ricapitolazione in Cristo” (Punto Omega).

185  Qualunque siano i riferimenti e le allusioni, se non è la devozione al Cuore di Cristo che qui è direttamente in vista, è almeno una buona introduzione e un’ampia prospettiva nella quale la rivelazione del Cuore stesso trova il suo posto e il suo significato.

2.2. “Contemplando il Cuore di Cristo…” (n. 21)

186  La contemplazione del Cuore di Cristo è parte essenziale della nostra esperienza dehoniana. La nostra fede di “cristiani” “dobbiamo affermarla vivendola nella carità” (n. 9). “Contemplando il Cuore di Cristo, simbolo privilegiato del suo amore, siamo rafforzati nella nostra vocazione” (n. 21). Tutto questo non è per noi una specie di escrescenza devozionale, ma la via di accostamento privilegiato al mistero di Cristo. Tuttavia la presentazione delle nuove Costituzioni sostituisce all’immagine e al messaggio di Paray-le-Monial il riferimento al mistero del Costato aperto, secondo il vangelo di Giovanni (19,31-37). E questa presentazione può porre un piccolo problema dì fedeltà dehoniana.

187  Le antiche Costituzioni (del 1885 e del 1906-1956) si dischiudevano sull’immagine e sul messaggio di Paray, su quelle “parole di Nostro Signore a s. Margherita Maria” che, ci dice p. Dehon, “l’avevano impressionato profondamente (NHV XII, 167). Questa immagine e questo messaggio ispirano il “Direttorio Spirituale” e gli scritti di p. Dehon. Durante tutta la sua esistenza vi resterà fedele nella sua vita spirituale personale e nel suo apostolato per l’avvento del Regno del Sacro Cuore. Nell’introduzione del Direttorio Spirituale dichiara: “Noi rispondiamo agli appelli di Nostro Signore a Paray-le-Monial”.

188  Si tratta per noi di qualcosa d’importante che interessa il rafforzamento nella nostra vocazione (cf. n. 21) e anche la prospettiva spirituale, che determina la nostra partecipazione alla missione della Chiesa nel mondo d’oggi (cf. nn. 2 e 26-27).

189  Dal “Sacro Cuore” di Paray-le-Monial, al “Crocifisso dal Costato aperto” vi è molto di più di una semplice sostituzione d’immagine per ragioni di estetica o di adattamento culturale e pastorale. Questo “rinnovamento adattato” è avvenuto per un invito della Chiesa. Dottrinalmente e spiritualmente è una specie di “conversione”, di ritorno alle fonti della devozione al Sacro Cuore, del modo di concepirla e di praticarla:

–   in comunione con il pensiero e la vita della Chiesa, nella linea dell’enciclica Haurietis Aquas e dell’importante sviluppo teologico, spirituale e pastorale che l’ha preceduta e seguita e del quale le nostre antiche Costituzioni non avevano evidentemente potuto tener conto;

–   in fedeltà profonda anche, malgrado le apparenze, se non con la presentazione e con le forme della devozione, almeno con la natura e col significato profondo della devozione di Paray-le-Monial. Fra tutte le forme di devozione al Cuore di Gesù, quella parediana rimanda più direttamente e costantemente al fatto e al mistero del Costato aperto secondo il Vangelo di Giovanni (19,31-37), anche per la prospettiva riparatrice che è tipica della devozione di Paray;

–   infine per fedeltà dehoniana, se si vuole seguire p. Dehon nella sua contemplazione, nel suo insegnamento, nell’evoluzione della sua personale attitudine fondamentale e pratica riguardo alla meditazione del mistero del Costato aperto.

190  Le Costituzioni del 1885 vedevano in questo mistero la figura della nostra “professione d’immolazione”: “La professione d’immolazione che caratterizza i Sacerdoti della Società del Cuore di Gesù può essere paragonata alla lancia del centurione che aprì il Costato del Salvatore e consumò il suo sacrificio” (Studia Dehoniana 2, cap. V, n. 113, p. 26).

191  “Lo spirito d’immolazione mediante l’amore conferisce alla Società la caratteristica che le è propria” (Ibid., cap. V, n. 152, p. 36). Questo testo è ripreso nel Direttorio Spirituale (parte 111, cap. V, par. 1).

192  Sul mistero della trasfissione p. Dehon ha scritto delle belle pagine negli Etudes sur le Sacré-Coeur (Vol. I, pp. 114-127), nelle Couronnes d’amour (Vol. II, pp. 142-171) e nel Direttorio Spirituale: le meditazioni sulla Passione (p. II, cap. I, par. 4), sull’esperienza di Maria al Calvario (p. II, cap. II, par. 3) e sull’esperienza di s. Giovanni (p. II, cap. IV, par. 3).

193  Senza ignorare la tradizione dottrinale, patristica e mistica, p. Dehon sviluppa prevalentemente il significato spirituale e devozionale della trasfissione del Costato, per esortare al dono totale (oblazione) come ricambio d’amore a Cristo in spirito di riparazione. Il mistero del Calvario è meditato come un’illustrazione meravigliosa, un insegnamento riguardo alla “nostra vocazione”, più che come la fonte stessa della nostra vocazione. La nostra fedeltà dinamica consiste nell’andare al fondo del pensiero più intimo di p. Dehon. Ce lo ha detto egli stesso: “L’apertura del Cuore di Gesù è il mistero dei misteri, il fondamento di tutti gli altri misteri, il mistero dell’amore che è stato intravisto dalle età precedenti, ma che è stato pienamente rivelato a noi” (Couronnes d’amour, vol. II, p. 143).

194  In questa linea di “fedeltà dinamica” siamo invitati dalle nuove Costituzioni a contemplare “con san Giovanni” il “Costato aperto del Crocefisso” (n. 21 ).

195  Anzitutto è il mistero in se stesso che attirerà la nostra attenzione: l’apertura del costato, lo sgorgare dell’acqua e del sangue, il mistero dell’agnello immolato, il mistero pasquale del sangue versato, il mistero pentecostale del dono dello Spirito, la nascita della Chiesa e dell’uomo dal cuore nuovo, ricreato secondo Dio…[1].

196  La linea della tradizione spirituale e mistica della devozione al Sacro Cuore: “penetrazione” nel Cuore di Gesù, più familiare a p. Dehon, è sempre presente e supposta nelle nostre nuove Costituzioni. Nel testo si parla dell’“unione intima al Cuore di Cristo” (n. 4), dell’“adesione a Cristo che viene dall’intimità del cuore” (n. 5), “dell’unione a Cristo nel suo amore per il Padre e per gli uomini” (n. 17), della “comunione con Cristo” (n. 22), “dell’intimità del Signore” (n. 28). In questo senso p. Dehon interpretava e meditava l’espressione di Giovanni (19,37): “Videbunt in quem transfixerunt”; “Volgeranno lo sguardo al di dentro di colui che hanno trafitto” (cf. Année avec le S.-C., I, p. 363). Nella Vita d’amore nel Cuore di Gesù p. Dehon fa dire al Salvatore: “Io sono veramente un libro scritto dentro e fuori (cf. Ap 5); ciò che vi è scritto è il mio amore… Non accontentarti di leggere e di ammirare questa scrittura divina solo all’esterno; penetra fino al mio Cuore e vedrai una meraviglia ancor più grande: l’amore stesso, l’amore inesauribile, che reputa un nulla ciò che soffre e si dona senza limiti” (pp. 127- 128, ed. it.).

197  Contemplando così il Cuore trafitto di Cristo, noi vi riconosciamo:

–   la manifestazione ultima e suprema dell’amore del Padre, nel dono totale del Figlio “Usque in finem” (Jo 13,1); l’obbedienza e l’oblazione del Cristo: “… Ut adimpleretur Scriptura” (Jo 19,36);

–   il mistero del peccato nell’Agnello immolato: “… in quem transfixerunt” (Jo 19, 37);

–   l’appello alla testimonianza: “… ut et vos credatis” (Jo 19,35).

198  Queste tre grandi linee di contemplazione del mistero del “Costato aperto” confermano quelle che abbiamo rilevato nell’esperienza di fede di p. Dehon.

199  Per lui è il “mistero dei misteri”, non solo il più grande e il più bello dei misteri (come si dice: il “Cantico dei cantici” o “Vanità delle Vanità”), ma il fondamento di tutti gli altri misteri; il loro punto di concordanza e la rivelazione del loro significato; il mistero attraverso il quale e a partire dal quale siamo invitati a contemplare tutti gli altri misteri, la nostra via per accostarci alla Persona e al mistero di Cristo.

200  Tutto questo è un’esigenza di fedeltà dehoniana, per cogliere il massimo profitto da una reale e profonda devozione al Cuore di Gesù e per la fecondità reale di un’autentica vita dehoniana: una vita d’amore e di riparazione, concepita e vissuta come una vita di carità, una realizzazione di quella agape che deve animare la nostra vita, perché siamo “profeti dell’amore e … servitori della riconciliazione degli uomini e del mondo in Cristo” (n. 7), “impegnandoci senza riserve per l’avvento di un’umanità nuova in Gesù Cristo” (n. 39), perché “dal Cuore di Cristo, aperto sulla Croce”, nasca “l’uomo dal cuore nuovo, animato dallo Spirito, unito ai suoi fratelli nella comunità di carità che è la Chiesa” (n. 3)… Una “vita spirituale”, nutrita dalla contemplazione del Cuore di Cristo, non può essere autentica se non è in se stessa “profetica”.

[1] Per lo studio critico ed esegetico della trasfissione, per la tradizione patristica, dottrinale e spirituale, cf. l’opera di Carminati Alfredo, scj, È venuto nell’acqua e nel sangue, EDB, Bologna, 1979.

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