11 aprile 2022
11 apr 2022

Costituzioni e ripensamento della devozione al Sacro Cuore

"Personalmente ho vissuto la riscrittura delle Costituzioni e della Regola di vita soprattutto come il necessario ripensamento della teologia che era alla base della devozione al Sacro Cuore."

di  Alfio Filippi scj

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Ho partecipato al Capitolo generale del 1979, che dedicò gran parte dei lavori all’esame della «Regola di Vita» pubblicata ad experimentum nel 1973. Il capitolo approvò come «Costituzioni» un testo che integrava molte modifiche nel testo del 1973. Tutto sommato, con qualche modifica introdotta nel corso degli anni, il testo approvato nel 1979, poi confermato dal Vaticano nel 1982, è alla base delle nostre Costituzioni attuali.

Semplificando, penso che si possano sintetizzare i lavori del Capitolo generale 1979 soprattutto per la cancellazione degli aspetti devozionali del culto al Sacro Cuore, troppo legati al suo costituirsi storico e ascetico. E, in positivo, la ricerca di una spiritualità biblicamente e teologicamente avvertita, incentrata sulla persona di Gesù e sulla «storia della salvezza». Ricordo che in aula, nel dibattito e al momento della votazione sui testi, era palese, da un lato, la paura di perdere la ricchezza delle formulazioni del passato, e, dall’altro, l’intento di agganciare le Costituzioni alle prospettive bibliche e teologiche che avevano condotto la chiesa del Vaticano II alla riformulazione del messale e dei riti liturgici. Ricordo bene il silenzio carico di tensione con cui si seguiva la votazione di singole proposte. Ci fu perfino un intervento di protesta perché il sì e il no veniva scandito in successione temporale seguendo la fila e l’ordine dei seggi, il che rendeva possibile la conta e l’attribuzione dei placet e dei non placet al singolo votante.

Personalmente ho vissuto la riscrittura delle Costituzioni e della Regola di vita soprattutto come il necessario ripensamento della teologia che era alla base della devozione al Sacro Cuore. Sono stato ordinato nel 1967 e nel 1965 si era chiuso il concilio. Dunque, metà degli studi teologici istituzionali li ho vissuti nell’atmosfera dei manuali scritti in latino, con la teologia che procedeva per deduzioni razionali in base alla neoscolatica, nella quale la tradizione e il magistero costituivano i riferimenti fondamentali e insostituibili. Ricordo ancora con disagio che il trattato più arido nei contenuti e più incomprensibile nella formulazione (per la verità anche il più breve) fu quello sulla Trinità. In quel contesto la spiritualità del Sacro Cuore era presentata e vissuta su due temi: la pratica della comunione ai primi venerdì del mese e la riparazione.

Il dibattito svolto lungo tutto lo svolgimento del Concilio e subito prolungatosi nelle pubblicazioni, portò al ripensamento del metodo in teologia, alla riformulazione di tutti i singoli trattati, e alla riformulazione del vissuto ecclesiale, coinvolgendovi liturgia, devozioni e spiritualità.

La devozione al Sacro Cuore mi era stata trasmessa dalla parrocchia fondamentalmente attraverso la pratica dei primi venerdì del mese. Nella prima formazione al noviziato si era fatto leva sul quadro tradizionale, legato alle rivelazioni di s. Maria Margherita Alacoque, proposto nel Thesaurus attraverso il filtro di p. Dehon. Né in quel momento né negli anni della formazione successiva ci si scostò da quei riferimenti. Il primo passo che avvertii come qualcosa di nuovo fu la pubblicazione di p. E. Agostini, che presentava la devozione al Sacro Cuore facendo leva sulla «categoria del simbolo».

Poi venne la formazione dei primi testi di teologia postconciliare, il peso nuovo assunto dalla Bibbia, la riformulazione del messale e della liturgia. Sono stato fortunato perché nei professori del nostro Studentato di Bologna abbiamo avuto delle persone che hanno accompagnato la trasformazione prodotta dalla teologia nel postconcilio. Da questo rinnovamento nasce una serie di riflessioni che mi guidano nell’orientare la nostra spiritualità. Ne faccio un elenco tematico puramente indicativo.

Anzitutto il quadro storico dell’origine devozionale nella formulazione e nelle concretizzazioni pratiche della devozione al Sacro Cuore. È un dato di fatto da accettare e da interpretare nel quadro della coerenza e della plausibilità culturale di un dato periodo. Il riferimento al Sacro Cuore di Gesù va colto nella formulazione iniziale della devozione, negli sviluppi che ebbe a livello di culto e a livello di formulazione teologica, nell’ampliamento determinato da culture nazionali e da percorsi spirituali individuali. Per fare un esempio: a livello di culto storico e devozionale, la Francia ha conosciuto un coinvolgimento che in Italia non c’è stato. Le nostre Costituzioni vanno lette tenendo conto di questo sfondo, con le sue componenti storiche e devozionali, teologiche e politiche, pietistiche e liturgiche. Ne consegue che le prospettive di valutazione e da considerare, se si vuole delineare un quadro credibile, sono numerose e tutt’altro che fisse.

I termini teologici sui quali personalmente sono spinto a riflettere quando voglio approfondire oggi la spiritualità del Sacro Cuore sono i seguenti: peccato e salvezza; espiazione e perdono; oblazione e grazia; carne e incarnazione. Sono tutti i binomi che legano l’uomo a Dio. Nel quadro della devozione al Sacro Cuore, l’uomo prende in considerazione l’esperienza del peccato, del Regno di Dio che viene, dell’espiazione, dell’oblazione, della carne; e il credente scopre, in parallelo, che Dio risponde con la salvezza donata, con il perdono, con la grazia, e con la carne assunta da Gesù di Nazaret.

Credo che ogni credente e ogni uomo che riflette sulla sua fede viva la tensione problematica tra questi termini teologici che costituiscono i mattoni con i quali è costruita la devozione al Sacro Cuore e il cristianesimo. L’insieme di quei termini, che sintetizzano il vissuto cristiano, rimanda al grande interrogativo di Anselmo d’Aosta che spezza la storia della teologia in due periodi: «Cur Deus homo?/Perché Dio si è fatto uomo?».

Perché l’incarnazione? Per il peccato da redimere o per il progetto gratuito del Dio che salva?

Perché l’espiazione? Perché nell’uomo vive il peccato o perché la sequela assuma i connotati della imitazione di Cristo?

Perché l’oblazione? Si tratta di una disponibilità di vita o di un sacrificio comandato?

Perché la carne e la storia faticosa dell’uomo? È da considerare come luogo di peccato o come luogo proprio della finitezza umana? cioè il giardino da lavorare?

Sia nella spiritualità che mi è stata comunicata negli anni di formazione, sia nella riflessione sulla nostra identità che condividiamo nella vita religiosa, sia nella scansione dell’anno liturgico e nella presentazione che ne facciamo alla gente, ho l’impressione che noi proponiamo più devozione che teologia, più esteriorità che percezione di un Dio-grazia che entra nella storia assieme agli uomini.

Questo è per me un grande motivo di riflessione sul mio essere sacerdote e sul modo con cui proponiamo il cristianesimo. E, dentro di esso, come proponiamo la devozione al Sacro Cuore di Gesù.

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