23 aprile 2021
23 apr 2021

La crisi climatica e il dramma degli sfollati

A colloquio con il vescovo dehoniano mons. Claudio Dalla Zuanna, arcivescovo di Beira (Mozambico), in occasione della recente pubblicazione del documento vaticano sugli sfollati climatici.

di  Boris Igor Signe

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Il 31 marzo lei ha partecipato a una conferenza stampa in Vaticano durante la quale è stato presentato un nuovo documento del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Può dirci cos’è questo documento?

Il documento presentato in quella occasione è “Orientamenti Pastorali sugli sfollati Climatici” (OPCDP). É  un documento che  entra a far parte del Magistero della Chiesa e che si concentra esclusivamente sugli sfollati climatici, mettendo in luce l’attuale scenario globale e suggerendo risposte pastorali. L’obiettivo è di fornire alle Chiese locali uno strumento per rispondere pastoralmente alle persone che sono obbligate a lasciare le loro case, relazioni sociali e mezzi di sostentamento, a conseguenza di calamità naturali connesse con i cambiamenti climatici in atto nel mondo.

Qual è secondo lei la ragione della pubblicazione di un tale documento sul cambiamento del clima in questo particolare momento della nostra storia?

I mezzi di comunicazione ci riportano frequentemente informazioni su calamità naturali: cicloni, innondazioni, siccità, incendi di enormi dimensioni e altro. Non si tratta di fenomeni isolati e slegati tra loro, ma hanno una origine comune: i cambiamenti climati. Si tratta di una crisi climatica che coinvolge questa nostra casa comune che è il pianeta Terra. Questa crisi si sta intensificando e aumenta esponenzialmente il numero delle vittime e dei danni in ogni continente. Non si può più pensare a qualcosa che non ci riguarda direttamente solo perchè nel nostro paese non sono ancora molto frequenti fenomeni estremi.

Nella prefazione scritta da Papa Francesco, egli fa una connessione tra la crisi del cambiamento del clima e l’attuale crisi sanitaria. Dovremmo comprenderli allo stesso modo?

I due fenomeni non sono la stessa cosa, ma sono connessi tra loro nella loro causa profonda: la pressione a cui il pianeta è sottomesso, aumentata dall’azione dell’uomo che accellera l’innalzamento della temperatura, distrugge ecosistemi, produce deforestazione e aumenta l’inquinamento.

In meno di due anni, tre cicloni sono stati registrati nella città di Beira, che ospita la vostra diocesi. Quali sono le conseguenze del cambiamento climatico in Mozambico?

Il fenomeno dei cicloni così frequenti sulla zona centrale del Mozambico sono una delle conseguenze del cambiamento climatico. L’isola del Madagascar, esattamente di fronte alla costa mozambicana, la difendeva dalla maggior parte dei cicloni che si formano in oceano aperto, ma ora, con l’elevato innalzamento della temperatura dell’acqua del Canale del Mozambico, facilmente le perturbazioni o tempeste tropicali  si trasformano in cicloni distruttivi che provocano spesso innondazioni. Dall’altra parte la siccità che periodicamente colpisce il paese, particolarmente nella zona sud, sembra legata all’innalzamento della temperatura e alla deforestazione. Numerose persone lasciano la zona rurale perchè la terra non è più sufficientemente fertile e l’accesso all’acqua è sempre più difficile.

Alla conferenza stampa lei ha detto: “Non possiamo limitarci a interventi di emergenza, a volte motivati da emozioni che svaniscono rapidamente, né al reinsediamento di sfollati in zone dove non sono stati forniti i servizi essenziali”. Quali soluzioni concrete ed efficaci propone per il caso degli sfollati climatici nella città di Beira?

 Non si può aspettare che migliaia di persone non abbiano dove rifugiarsi per iniziare a preparare strutture di accoglienza. La città di Beira sorge sulla costa ed è circondata da migliaia di kilometri quadrati di terre pianeggianti appena sopra il livello del mare. Tutti gli abitanti di questa area sono possibili “candidati” a diventare sfollati climatici. Bisogna iniziare a creare aree attrezzate con servizi basici fuori da questa zona frequentemente allagata, creare opportunità di sussistenza in modo che le persone siano stimolate a fissarsi in queste località. Come diocesi stiamo costruendo semplici abitazioni per le famiglie sfollate più svantaggiate che, dovuto agli ultimi tre cicloni, si stanno riassentando in queste zone a circa 60 km dalla città.

Vista la drammatica situazione che sta vivendo il nord del Mozambico, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha annunciato che il numero di persone costrette a fuggire dal nord del paese potrebbe superare il milione entro giugno se le violenze attuali non cesseranno. Cosa fanno la Chiesa e le istituzioni internazionali sul posto?

Si tratta realmente di una situazione drammatica e tragica. La Chiesa fin dalle prime azioni di destabilizzazione ha fatto conoscere ciò che succedeva nonostante il volere da parte delle autorità di mantere tutto nascosto. La diocesi locale, attraverso la Caritas e sostenuta da tutta la Chiesa mozambicana e da tanta gente di buona volontà, principalmente dei paesi di origine dei numerosi missionari, fin da subito ha accolto i primi rifugiati dandogli cibo e vestiti, ma anche ascolto e sostegno psicologico.

E’ di questi giorni una dichiarazione della Conferenza Episcopale su questa tragedia e sulla situazione di incertezza che il paese vive, riconoscendo nei giovani senza opportunità di una vita degna un terreno fertile all’instabilità.

La Chiesa desidera continuare a collaborare con le autorità e tutte e forze vive del paese nella costruzione di una società unita e solidale. Per questo esorta le istituzioni locali e la comunità internazionale a socorrere le tante persone sfollate e quelle che vivono a rischio fame, a creare opportunità per i giovani, e, a difendere dalla violenza la popolazione inerme.

 

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