14 giugno 2021
14 giu 2021

Valenza pubblica dei voti

In questo tempo di pandemia, non si tratta di mettere in crisi la vita religiosa, ma di ritrovare un senso che permei di sé la quotidianità che regga la questione del senso quando è costretta a chiudersi su di sé. Quale il ruolo della vita religiosa nelle nostre città?

di  Elsa Antoniazzi
Testimoni

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La situazione di pandemia ha posto la vita religiosa di fronte al dilemma: come conciliare l’isolamento con la chiamata, e dunque il dovere, di essere vicini alle persone? Tra i due poli della questione ovviamente si sono date infinite soluzioni, ma proprio il dover affrontare questo dilemma ha condotto alla domanda più profonda: ma qual è il ruolo della vita religiosa per se stessa nelle nostre città?

Per città s’intende la comunità di tutte le donne e tutti gli uomini che abitano in un territorio, che lo frequentano, al di là delle appartenenze religiose, ideologiche o altro. E poi per se stessa, cioè non in virtù dei benefici che può offrire attraverso gesti di solidarietà. Ora che timidamente ricominciamo a uscire e le attività riprendono, la domanda non va abbandonata.

Interrogativi in tempo di prova

Come sempre accade nelle situazioni di prova, affiorano questioni solitamente coperte dalle attenzioni quotidiane.

Non si tratta di mettere in crisi la vita religiosa, ma di ritrovare un senso che permei di sé anche un quotidiano che regga la questione del senso quando è costretto a chiudersi su di sé. La vita religiosa, come mille altre categorie, si è trovata bloccata in molti dei gesti abituali di vicinanza e solidarietà. Ogni tipo di servizio ha vissuto in modi differenti la limitazione, e la differenza tra uomini e donne avrà contato.

La domanda in questione la vita religiosa se la porta dietro da molto tempo.

Il Concilio non la indica più in termini di un più “supererogatorio”, ma oltre questo linguaggio si fatica a trovarne un altro che esprima efficacemente la tipicità dell’esperienza senza, appunto, tornare ad istituire piramidi; la normale affermazione della radicalità evangelica in realtà è un lodevole compromesso. Sappiamo tutti che essa non è solo della vita consacrata, ma eccelsamente è stato accettato che essa è espressione utile per dire la vita religiosa, dando per scontato che non la si vuole sequestrare.

Dopo il Concilio finalmente siamo diventati essere umani e non angeli, benché impegnati dai i voti di obbedienza, castità, povertà! Dopo una meritevole fase di indagine psicologica dei tre voti stessi, la riflessione spirituale su di essi è andata scemando, anche se continuano ad essere voti, i luoghi esistenziali in cui la vita consacrata cresce nella gioia e nella fatica.

A quasi sessant’anni dal Concilio Vaticano possiamo tornare al tema, senza timore di voler esprimere sensi di superiorità.

Il Concilio stesso ci ha aperto al dialogo interreligioso, facendoci venire in contatto con esperienze religiose che conoscono una forma monastica, a dimostrazione che la vita religiosa intercetta aspetti antropologici con cui l’essere umano può strutturare l’esperienza di relazione con il trascendente. Per tutti vale? la capacità simbolica dell’essere umano che permea di sé un’esistenza che nella quotidianità rimanda ad altro da sé.

La domanda circa la specificità di una vita religiosa cristiana è però così solo spostata un po’ più in là.

Sempre come frutti del Concilio, ma anche dal crescere della società civile vediamo il fiorire di figure laicali, e spesso proprio laiche che si dedicano con gratuità e pari generosità, e  in molti casi a fianco dei religiosi, nei più svariati servizi di frontiera e non.

Eppure ogni religiosa e religioso vive un cammino di fedeltà che ha uno stile specifico in cui la dimensione vocazionale è ben chiara, al netto di caratteristiche e storia personale.

Potremmo cominciare con il mutare la domanda e uscire dalla preoccupazione del significato per altri, perché così porta con sé un po’ di ansia da prestazione, invece affrontare il tema del significato per i religiosi stessi.

Come fare memoria di Gesù?

Forse più pertinente è chiedersi non solo come fare memoria di Gesù, imitandolo in una vita che aiuti tutti ad alzare lo sguardo verso Dio, ma anche interrogarci a partire da Dio, proprio per la forza che la  dimensione vocazionale ha nella vita religiosa.  Essa non è forse una via con cui vivere la relazione con lui, con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze?

La vita religiosa sa di essere sicuramente umana, perché Dio è così e noi siamo a sua immagine e somiglianza.

In questo modo anche l’interrogarsi assume il suo carattere evangelico. Non è questione di identità riconoscibile all’interno o all’esterno della Chiesa, ma si tratta di fedeltà a se stessi nella convinzione che queste parole, per tutti, possano strutturare una vita nella sua completezza.

Così la castità diventa via per vivere in libertà la relazione con l’altro e la responsabilità verso di loro, sapendo farsi padri e madri che generano a vita. L’obbedienza nell’ascolto del Vangelo trova la via per assumere l’esistenza, per supportare lo stare nelle faticose dinamiche dell’esistenza. La povertà indica la via perché il bene sia comune.

Se la forma di vita è agli occhi della città forma inconsueta, le parole che la dicono e che essa esprime fanno parte anche del vivere da cittadini. Almeno per l’occidente spesso è proprio grazie alla vita religiosa che questo è accaduto. Pensiamo per esempio che i monasteri custodirono la forma democratica dell’elezione, o pensiamo a quanto ha fatto la vita religiosa dell’ottocento in favore degli strati più poveri o in tema di educazione. Oggi, per fortuna, alcuni suoi carismi siano divenuti patrimonio comune della società e non solo della chiesa.

Questo rende ancor più significante (o significativo) il dinamismo della vita religiosa, sempre attenta alla forma della testimonianza significativa diventa, per questo, luogo di coscienza critica. Essa non giudica, ma aiuta ricordando a sé e a tutti, che la testimonianza, e ogni gesto buono non esaurisce mai il volto di Dio.

I tre voti possono anche essere visti come speculari alle tentazioni di ciascuno, e che Gesù ha indicato: la ricchezza, il potere, la lotta contro Dio, facendosi Dio.  E per questo possono aiutare a riconoscere il manifestarsi delle tentazioni.

Ogni donna e uomo sono fatti a immagine e somiglianza di Dio, è questo tratto comune che rende possibile il riconoscersi reciproco. E per questo l’essere cristiano non ci toglie dall’umano, neppure quando si dà una via particolare agli occhi del mondo.

La modalità diffusa e condivisa di vita religiosa, salvo qualche eccezione, risponde all’intento di suscitare imitazione piuttosto che ammirazione. Siamo sicuri che il modello del consacrato/a “puro e duro” sia poi così evangelico? La santità “di eccellenza” è tale se risponde a una vocazione (che è singola e singolare); altrimenti è virtuosità narcisistica. Con il rischio di essere posa. C’è una radicalità interiore che precede e modella quella esteriore.

Certo, quando la distanza tra radicalità proclamata e radicalità vissuta è distinzione e non tensione ne va della credibilità.

Le forme pubbliche più “adattate” al contesto probabilmente testimoniano meno la radicalità della diversità, ma cercano una “condivisione critica” del contesto di vita nel quale sono inserite.

Dimensione profetica dei tre voti

Possiamo così recuperare, senza timori di falsa grandezza, la dimensione profetica dei tre voti, che nella loro darsi sono segno del sostegno della fede al faticoso cammino della società civile per una città più giusta, verso tutti. Sono apprezzabili come sforzo di incarnazione, tentativi di testimoniare possibilità effettive e genuine di sequela, vivibili e vivificanti, a differenza dei modelli di vita religiosa che cercano l’ascesi nella mortificazione. È rimasta impressa nella memoria la domanda di quand’ero postulante, rivolta da persona credente, praticante e colta: fai i soliti voti? A me parevano già abbastanza quelli. E poi tutti abbiamo compreso che aggiungerne rischia di produrre storture nell’umano.

La vita religiosa dà origine a forme pubbliche ma perché esse siano invito a “sperimentare” – come possibile a tutti, non solo ai migliori – quanta vita c’è nella sequela e quanto è bello e piacevole che i fratelli/ sorelle stiano insieme.

In questo modo si instaura anche un bel dialogo tra le vocazioni che potremmo dire si generano a vicenda,  seguendo von Balthasar ne Gli stati di vita; il che tradotto nella quotidianità potrebbe anche semplicemente voler dire la capacità di ascoltare le reciproche esperienze come scuola di vita per vivere la città e la Chiesa.

Concludiamo con una sorta di professione di fede, forma nella quale ciascun religioso ritrova immediatamente se stesso, il senso del legame con fratelli/sorelle della comunità e del suo essere nella città.

Credo in Dio che dona tutto e resta povero. Non può donarsi che così.
Credo in Dio che ci ha creati per donarsi a noi e chiede di essere accolto per essere il Dio-con-noi.
Credo in Dio che, nell’eucaristia, non si dona a “particole”, ma tutto a ciascuno. E chiede di essere ricevuto.
Credo in Dio casto: l’amore dato è dato tutto e per sempre. Non viene chiesto indietro, ma è necessario che venga restituito. Il peccato, cioè il rifiuto di ricevere e restituire l’amore che è Dio stesso, è mortale perché impedisce a Dio di essere se stesso, cioè dono a me.
Dio si dona senza pretendere, senza volontà di conquista o di ricatto. Si consegna davvero, lealmente.
Dio è sempre vergine: mi ama ogni volta tutto di nuovo, come se fosse ogni volta la prima volta. Per lui io sono l’unico amore della sua vita.
Credo in Dio obbediente: egli si consegna e mette tutto se stesso nella mia risposta. Mi dona tutto se stesso e attende; se io non ci sto, lui non ha più niente.
Da quando ha scelto di mettersi in gioco con tutto il cuore, egli ha rinunciato per sempre e lealmente a essere l’onnipotente.
Ha sfuggito l’idea di essere chiuso in un nome, fino a quando egli stesso si è dato un nome, l’unico nome: Dio-con-noi. Non lo si può più pensare senza di noi.
Ed è con noi come colui che serve, come il Servus, come l’obbediente per statuto. Obbedisce alla nostra vicenda, fino alla croce: «obbediente fino alla morte e alla morte di croce». Dalle cose che patì, dal suo cuore ha imparato questa obbedienza.
Credo in Dio, Spirito di libertà. Chi ama conosce Dio. Chi libera è guidato dallo Spirito.
Credo nello Spirito che ama la mia e la sua libertà.
Credo che l’obbedienza allo Spirito sia per questo l’origine della mia libertà, perché io abbia la vita e l’abbia in pienezza.
Professo castità, povertà e obbedienza non per avere di meno, ma per essere di più: simile a LUI.

Testimoni è una rivista mensile, del Centro Editoriale Dehoniano, con sede in Italia, a Bologna. La sua tiratura attuale è di circa 4.000 copie. Essa è anche online.

È una rivista di informazione, spiritualità e vita consacrata. Da oltre 35 anni si pone al servizio della vita consacrata con speciale attenzione all’attualità, alla formazione spirituale e psicologica, alla informazione sugli avvenimenti più rilevanti della Chiesa e degli istituti religiosi maschili e femminili.

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